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Il PD di Zingaretti, centrosinistra o sinistra-centro?

Eletto a larga maggioranza, Zingaretti è stretto tra la necessità di rispondere a chi lo ha votato e gli chiede di virare nettamente a sinistra, e il dovere di offrire continuità col riformismo interrotto dai gialloverdi, col plauso più o meno palese della sinistra massimalista. Ecco come si orienterà il nuovo segretario.

Nicola Zingaretti ha un gran da fare: tenere insieme la miriade di anime che hanno fatto da perno della sua candidatura e della sua campagna per la segreteria. Ma se prima del 3 marzo la grande eterogeneità di quel mondo che lo ha incoronato segretario era un segno distintivo da brandire con fierezza, ora, ottenuto lo scettro del partito, lo stesso può apparire come un ostacolo non indifferente, in vista della creazione di una futura alternativa di governo.

La mente torna subito all’Ulivo e all’Unione: le uniche due occasioni in cui il centrosinistra è stato in grado di battere Berlusconi nelle urne e di formare un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Tutte e due le volte però le divisioni interne contribuirono a far morire quei governi nella palude dei veti incrociati.

In questo senso deve essere letta la natura ambivalente, per alcuni ambigua, delle prime mosse del nuovo segretario PD: fare in modo che la gran reunion di tutto e il contrario di tutto sia percepita come nuovo pluralismo e non come un’antistorica ammucchiata elettorale.

La prima di tutte è stata la visita ai cantieri TAV, associata a una dichiarazione stampa piuttosto categorica: “sarebbe criminale bloccare i bandi”. Senza dubbio, una mano tesa al mondo dell’industria, del Nord in generale, e a tutti quelli che nel centrosinistra pensano che fermando le grandi opere si uccide il futuro del Paese. Inoltre, una mossa che almeno per un po’ dovrebbe mettere al riparo Zingaretti dalle accuse di sudditanza politica e culturale alle sirene grilline, che fin dalla chiusura dei seggi delle primarie hanno aumentato i decibel del loro canto e l’esplicità delle loro avance. Anche la posizione assunta su Macron è musica per le orecchie dei moderati del partito: “E’ utile e positivo che ci sia un fronte larghissimo in difesa dell’Europa e che a promuoverlo sia il presidente di una nazione come la Francia”. E ancora: “non vivo il manifesto di Macron come un manifesto alternativo ma come un elemento di ricchezza che fa bene all’Europa”.

Con la nomina di Lugi Zanda a nuovo tesoriere si punta invece all’usato sicuro. Quasi antiquariato, potremmo dire, visto che Luigi Zanda è stato uno stretto collaboratore di Francesco Cossiga già negli anni Settanta. Ma a tranquillazzare il mondo “antirenziano” è soprattutto la lunga fila di pezzi da novanta che plaudono, ricambiati, il nuovo segretario. Da Veltroni a Gentiloni, da Orlando a Minniti, da Franceschini al neo rientrato Enrico Letta.

C’è poi lo sguardo languido ma sospettoso dei fuoriusciti della ormai defunta LeU, sempre in cerca di un gesto per varcare di nuovo la soglia del Nazareno e tornare a bordo dell’unica nave che può garantire loro di sopravvivere all’alta marea dello sbarramento.

Infine, l’incognita Renzi. L’ex segretario promette lealtà a Zingaretti, in cambio però che la damnatio memoriae finisca e che il PD, passata la sbornia post-primarie, non diventi un’ancora di salvezza per le terga grilline, in futuro orfane di Salvini.

Mauro Pasquini

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