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Patrick Zaki detenzione

Zaki: un anno di ingiusta detenzione

Un anno esatto di detenzione. Per ragioni non meglio precisate, o forse ben chiare: un’azione di repressione da parte del governo egiziano verso chiunque si impegni per la libertà. Patrick Zaki è infatti ancora in carcere, da quel 7 febbraio 2020, quando era tornato in Egitto per una visita alla famiglia. Fu fermato dalla polizia e da allora scatta il rinnovo costante della misura nei suoi confronti. La sua “colpa” è quella di essersi battuto per i diritti delle minoranze.

Zaki e Regeni, due vergogne d’Egitto

Intorno alla vicenda c’è stata una importante mobilitazione della società civile, ma per lo studente dell’Università di Bologna non si intravedono spiragli di libertà. L’impegno di migliaia di cittadini, a cominciare proprio dagli studenti dell’Ateneo bolognese, è così diventato doppio: alla richiesta di verità per Giulio Regeni si è sommata quella per la liberazione di Zaki. Un mix micidiale di distruzione dei diritti umani di un governo “amico” come quello egiziano. Così il presidente Abdel Fattah al-Sisi tira dritto, avvantaggiato delle timide richieste arrivare dalle Istituzioni italiane. Sulla morte di Regeni la Procura di Roma ha chiesto il processo di alcuni agenti dei servizi segreti egiziani. Individuando una precisa responsabilità politica. La partita diventa dunque diplomatica.

Ciononostante vanno avanti, senza intoppi, gli affari con Il Cairo. Con tanto di vendita di armi. “È il mondo degli affari, dei soldi, delle commesse milionarie, delle armi, non delle persone”, accusa Giuseppe Civati, che nel suo ruolo di editore è impegnato a chiedere una mobilitazione istituzionale sulla vicenda. Per Civati questo è “il mondo in cui c’è ancora qualcuno che scrive: ‘preoccupatevi degli italiani!’, come se non fosse importante salvare la vita di un ragazzo, come se – peraltro – Patrick non fosse uno studente di Bologna, sua città di adozione, il luogo dove farebbe ritorno, una volta libero”.

La prospettiva del nuovo governo su Zaki

Qualcosa, però, può cambiare: nei prossimi giorni, salvo sorprese, ci sarà l’insediamento del governo Draghi. E tra i temi esteri in agenda deve esserci la vittoria diplomatica sull’Egitto, sull’omicidio di Regeni e sulla liberazione di Zaki. “Mi auguro che l’impegno per la liberazione di Patrick diventi una priorità del nuovo governo”, dice a Impakter Italia Marco Vassalotti, autore del libro (edito da People) Voglio solo tornare a studiare, che in questi giorni sarà regalato a chi ordina anche un solo testo della casa editrice.

In questo anno – osserva Vassalotti – nonostante le tante voci che ogni giorno si spendono per la sua liberazione, il lavoro delle nostre istituzioni non è stato né visibile né efficace. Non sono io a dirlo, ma la sorella di Patrick, Marise, che ieri ha chiesto che ognuno faccia la sua parte: l’Europa, lo Stato Italiano e anche le grandi aziende che gestiscono commesse milionarie in Egitto, dai produttori di armi alle compagnie energetiche”. E quindi, conclude la sua analisi l’autore del libro,anche ammesso che sia vero che l’Egitto si un ‘partner fondamentale’ per l’Italia e l’Europa, l’interlocuzione con l’Ue e i suoi Stati membri è altrettanto imprescindibile per l’Egitto e per i suoi interessi. Dobbiamo ribadire con convinzione il loro impegno per Patrick Zaki, per Ahmed Samir Abdelhay Ali, per i diritti umani: sarebbe una posizione con cui il governo egiziano dovrebbe necessariamente fare i conti“.

Il rischio di 25 anni di carcere

In Italia il governo Conte 2 è stato evanescente sulla questione. Sul piano istituzionale, solo il presidente della Camera, Roberto Fico, è stato determinato – seppure con i limitati strumenti a disposizione – a chiedere un cambio di passo all’Egitto, sia su Regeni che su Zaki. Amnesty International ha così lanciato una petizione online ricordando che “Patrick George Zaki rischia fino a 25 anni di carcere per dieci post di un account Facebook, che la sua difesa considera ‘falso’, ma che ha consentito alla magistratura egiziana di formulare pesanti accuse di ‘incitamento alla protesta’ e ‘istigazione a crimini terroristici’“, si legge nel testo pubblicato.

Amnesty ha ripercorso le tappe di una vicenda molto grave e dei risvolti legati alla pandemia: “Nel suo paese avrebbe dovuto trascorrere solo una vacanza in compagnia dei suoi cari in una breve pausa accademica. A causa della diffusione del Covid-19 anche in Egitto per Patrick, così come per altre decine di migliaia di detenuti egiziani, le preoccupazioni legate all’emergenza sanitaria sono fortissime”. “Riteniamo – ha ribadito l’organizzazione non governativa – che Patrick George Zaki sia un prigioniero di coscienza detenuto esclusivamente per il suo lavoro in favore dei diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media”. Un problema grave che riguarda il rispetto dei dirtti basilari. Per Civati, infatti, la questione è centrale: “Siamo nel mondo nel quale non è considerata ‘politica’ una questione così grande. Forse in ragione della sua stessa enormità”.

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