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Vaccini, No-Vax e paure varie spiegate per bene

Vaccini, No-Vax e paure varie spiegate per bene.  La spiegazione, o una delle tante, certamente molto autorevole questa, arriva da un articolo di Pia Heinemann sul quotidiano tedesco Die Welt. Ma prima di cominciare la lettura dell’articolo stesso, è bene fare un ripasso sulla questione vaccini, in generale, quanti sono e quali sono.

Esistono varie tipologie di vaccino:

  • vaccini vivi attenuati (come per morbillo, rosolia, parotite, varicella, febbre gialla e tubercolosi): prodotti a partire da agenti infettivi resi non patogeni
  • vaccini inattivati (come per l’epatite A, la poliomielite e l’antinfluenzale split): prodotti utilizzando virus o batteri uccisi tramite esposizione al calore oppure con sostanze chimiche
  • vaccini ad antigeni purificati (come per la pertosse acellulare, l’antimeningococco e l’antinfluenzale a sub-unità): prodotti attraverso raffinate tecniche di purificazione delle componenti batteriche o virali
  • vaccini ad anatossine (come per tetano e difterite): prodotti utilizzando molecole provenienti dall’agente infettivo, non in grado di provocare la malattia ma sufficienti ad attivare le difese immunitarie dell’organismo
  • vaccini proteici ricombinanti (come per epatite B e meningococco B) cioè prodotti mediante la tecnologia del DNA ricombinante che prevede l’inserimento di materiale genetico codificante l’antigene (una proteina o parte di essa) in microrganismi che produrranno l’antigene; quest’ultimo verrà poi raccolto e purificato.

Rispetto ai vaccini anti Covid-19 la questione è in questi termini:

  • Vaccini virali inattivati: prodotti coltivando il virus SARS-CoV-2 in colture cellulari e inattivandolo chimicamente.
  • Vaccini vivi attenuati: prodotti generando una versione geneticamente indebolita del virus che si replica in misura limitata, non causando la malattia ma inducendo risposte immunitarie simili a quelle indotte dall’infezione naturale.
  • Vaccini proteici ricombinanti: basati sulla proteina spike, o sulla receptor binding domain (RBD) o su particelle simili a virus (VLP).
  • Vaccini a vettore virale: tipicamente basati su un virus esistente (generalmente un adenovirus incompetente per la replicazione) che trasporta la sequenza del codice genetico che codifica per la proteina spike.
  • Vaccini a DNA: basati su plasmidi, modificati in modo da trasportare geni che codificano in genere per la proteina spike che viene poi prodotta nell’individuo vaccinato.
  • Vaccini a RNA: basati su RNA messaggero (mRNA) o un RNA autoreplicante che fornisce l’informazione genetica per la proteina spike.

Premessa lunga ma necessaria prima di tutto per fare chiarezza – troppe stupidaggini si sentono e si leggono – e poi per poter capire certi passaggi dell’articolo della Heinemann che inizia dopo la foto.

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L’articolo di Die Welt

Spesso chi non si vaccina giustifica la propria scelta dicendo che aspetta il vaccino a virus inattivato, perché ha meccanismi di azione noti da tempo, ben sperimentati, e funziona senza bisogno di inoculare geni nel corpo. Studi recenti testimoniano quanto sia diffuso il timore di effetti avversi imprevisti: in un sondaggio Forsa il 74 per cento degli intervistati non ritiene che gli attuali vaccini siano stati adeguatamente sperimentati e il 62 per cento teme effetti avversi a lungo termine. 

A convincere queste persone a vaccinarsi non servono rassicurazioni né premi, ma vaccini con “meccanismi di azione classici”. Se fossero disponibili i vaccini a virus inattivato il 56 per cento dei non vaccinati sarebbe pronto a riceverli. 

Premessa: Tutti i vaccini esistenti contro il coronavirus sono inattivati. Ad oggi non sono stati realizzati vaccini vivi attenuati anti Covid. Chi aspetta il vaccino “inattivato” pensa che sia più sicuro in quanto realizzato senza l’uso della tecnologia genetica e privo di RNA messaggero e vettori virali, ma è davvero così? 

L’infettivologo Peter Kremsner dirige l’Istituto di medicina tropicale, medicina dei viaggi e parassitologia umana del Policlinico universitario di Tubinga, conduce ricerche sui vaccini e riesce in parte a comprendere le speranze dei non vaccinati: “È vero comunque che i vaccini proteici e quelli inattivati hanno avuto una sperimentazione più lunga dei vaccini a RNA messaggero”.

Ma il vaccino dell’americana Novavax (NVX-CoV2373- approvato dall’Ema a dicembre) è una forma particolare di vaccino inattivato, in pratica una nuova versione del vecchio modello: nei tradizionali vaccini inattivati contro la difterite o l’epatite B vengono inoculati agenti patogeni “uccisi”. Per il vaccino Novavax invece  la proteina spike del coronavirus viene coltivata in cellule di insetto, “diversamente dai classici vaccini inattivati”, spiega Kremsner. “La proteina spike prodotta artificialmente innesca una buona risposta immunitaria. Ma da sola non funziona abbastanza bene, deve essere potenziata”. 

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Adiuvanti di nuova generazione
Per stimolare ulteriormente il sistema immunitario si ricorre ai cosiddetti adiuvanti. Per decenni l’adiuvante di elezione sono stati i sali di alluminio, ad oggi impiegati nei vaccini  contro il tetano e la difterite, contribuiscono a rendere duratura la risposta immunitaria. Le metanalisi mostrano che non hanno causato nel tempo reazioni avverse gravi o permanenti. 

Novavax però punta su un altro adiuvante, meno sperimentato, la saponina QS-21, che costituisce un’ulteriore elemento di differenza rispetto ai vaccini inattivi tradizionali. È una sostanza chimica che si ottiene in natura dalla Quillaja saponaria , un albero sudamericano. Essendo moderatamente velenosa per l’uomo per lungo tempo non è stata utilizzata in medicina. In farmacologia veniva usata solo nei vaccino antidifterico per i cavalli. Il motivo per cui la saponina stimola il sistema immunitario non è ancora stato scientificamente dimostrato – ma ha un’azione molto efficace. Nel 2017 è stato autorizzato l’uso della saponina QS-21 nel vaccino contro l’Herpes zoster Shingrix negli USA, nel 2018 nell’Ue. La risposta immunitaria del vaccino Novavax con aggiunta di QS-21 è buona: stando ai primi studi dei produttori la risposta anticorpale cresce notevolmente. In uno studio di fase 3 risalente a giugno il vaccino Novavax è risultato efficace al 90 per cento nell’impedire il contagio e al 100 per cento contro il decorso grave e i decessi. 

Lo studio britannico Com-Cov che valuta l’efficacia della vaccinazione eterologa dimostra inoltre che Novavax funziona bene anche come seconda dose dopo AstraZeneca o un vaccino a RNA messagero. Sviluppa in particolare una buona risposta immunitaria delle cellule T che indica una protezione duratura dal virus. Restano da verificare i tempi di durata e l’efficacia contro tutte le varianti, ma gli studi di osservazione mostrano già che un sistema vaccinale basato esclusivamente su Novavax è risultato meno efficace contro le nuove varianti del virus. Ma presto ai risultati degli studi si affiancheranno i primi esiti dell’esperienza diretta: a inizio novembre il vaccino Novavax è stato autorizzato in Indonesia con  denominazione commerciale Covavax, e da metà novembre anche nelle Filippine. 

Anche CoronaVac della cinese Sinovac ha chiesto l’autorizzazione Ue. Il vaccino si basa su virus “uccisi”. Gli studi mostrano però che la protezione anticorpale diminuisce rapidamente. Inoltre cala anche la protezione dalla malattia sintomatica, come dimostra un’analisi provvisoria di una campagna vaccinale di massa in Cile. 

 “La procedura accelerata di autorizzazione è stata richiesta alla Ue il 4 maggio”, spiega l’immunologo  Reinhold Förster,  della facoltà di medicina dell’Università di Hannover. “Da allora non ci sono stati grandi sviluppi – evidentemente i dati finora trasmessi per la revisione progressiva (rolling-review) non sono ancora sufficienti per esprimere una valutazione positiva”. Non si sa quindi se CoronaVac arriverà in Europa. 

I non vaccinati possono però sperare in un altro vaccino inattivato: quello prodotto della franco-austriaca Valneva (VLA2001). Valneva spera di mettere il suo vaccino sul mercato nel primo trimestre di quest’anno. Valneva è, come CoronaVac, un classico vaccino disattivato. Come per il vaccino antinfluenzale la produzione avviene tramite coltura su larga scala di virus attivi che vengono in seguito “uccisi”. Si procede quindi all’aggiunta di due diversi adiuvanti. 
 

Stando ai dati del produttore (ulteriori dati non sono ancora pubblici) nello studio di fase 3 condotto su 4012 soggetti , il vaccino Valneva, confrontato con AstraZeneca, ha ottenuto una risposta anticorpale migliore, con una abbondante produzione di cellule T contro la proteina Spike  e altri elementi del virus  nonché una migliore tollerabilità rispetto ad AstraZeneca. Inoltre impedisce i decorsi gravi.

Il fatto che Valneva non sia stato tra i primi vaccini anti Covid testati potrebbe essere un vantaggio perché, a differenza dei sieri finora autorizzati in Germania, è stato testato contro la variante Delta. Non sono ancora pubblici ulteriori dati, ma anche l’immunologo Förster ritiene possibile che la risposta immunitaria protegga contro un numero maggiore di varianti rispetto a quella indotta da altri vaccini. 

 

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 Vaccini inattivati usati come richiamo

Valneva e  Novavax oltre a convincere i non vaccinati a proteggersi dal virus potrebbero anche essere di vantaggio ai vaccinati. Lo studio recentemente pubblicato sui booster identifica i più efficaci. 

I vaccini testati sono Biontech, AstraZeneca, Novavax, Johnson & Johnson, Moderna, Valneva e Curevac. Tutti e sette sono sicuri come richiamo, gli effetti avversi rilevati sono dolore nel  punto di iniezione, dolori muscolari, e spossatezza. “Dopo due dosi di AstraZeneca tutti i sieri hanno aumentato la risposta immunitaria contro la proteina spike. Dopo due dosi di Biontech hanno funzionato bene come booster solo Biontech, Moderna, Novavax, Janssen e Curevac”, spiega Saul Faust, direttore del centro di ricerca per gli studi clinici dell’ University Hospital di Southampton.

Il ricercatore specifica che l’effetto del booster è stato misurato già a 28 giorni dalla terza vaccinazione. Ora si osserva l’andamento della risposta immunitaria nel corso dell’anno e come si presenta somministrando il richiamo dopo sette o otto mesi. 

Gli esperti dubitano che i vaccini disattivati siano nettamente superiori a quelli finora somministrati sotto il profilo dell’efficacia o degli effetti avversi. “Ma ogni siero autorizzato in più è un vantaggio” dice l’immunologo Förster. Anche perché il mix di principi attivi si è ormai dimostrato la via maestra per ottenere l’immunizzazione. Più sieri saranno disponibili, più persone si faranno vaccinare, aumentando le possibilità di tenere sotto controllo la pandemia.  

Il quadro

I vaccini si dividono grosso modo in tre categorie: inattivati, vivi e genici.  Anche questi ultimi rientrano fondamentalmente tra i vaccini inattivati, perché non contengono materiale replicabile. 

Vaccini vivi: Contengono agenti replicabili, che però non causano la malattia. Danno immunità prolungata. Esempi: vaccini contro morbillo, rosolia, parotite. 

Vaccini inattivati : Contengono solo materiale “morto” quindi non replicabile – agenti patogeni “uccisi” o alcune loro proteine coltivate in colture cellulari. Richiedono di norma richiami. Esempi: vaccini contro Epatite B, FSME, HPV, rabbia 

Vaccini genici: Diversamente dai vaccini vivi e inattivati non contengono l’agente patogeno o parti di esso ma solo le informazioni genetiche di alcune componenti del virus. Il corpo produce quindi autonomamente la “proteina patogena” e sviluppa immunità nei suoi confronti. Richiedono richiami. Esempi: vaccini contro il Covid.

(Copyright Die Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Emilia Benghi)

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