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Una T-shirt e un paio di jeans “costano” 5mila litri d’acqua

Una T-shirt e un paio di jeans? Fanno 5mila litri d’acqua. Questo è il prezzo pagato dall’ambiente. Ecco un po’ di numeri che spiegano l’insostenibilità della moda tradizionale.

Il costo insostenibile di una T-shirt

Ogni anno vengono prodotti circa 150 miliardi di capi, nonostante una popolazione mondiale di 7,5 miliardi di individui. Il marchio di moda Zara, una filiale del gruppo spagnolo Inditex, produce circa 65.000 modelli all’anno. Un’azienda di abbigliamento media ne produce fino a 5.000. Dall’ascesa della Fast Fashion, l’industria dell’abbigliamento è tra le industrie più dannose per l’ambiente. Secondo Earth.org, è responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio ogni anno; che è cinque volte superiore a quella dell’industria aerospaziale. Nel rapporto “A New Textiles Economy” (2017) della Ellen Macarthur Foundation, si stima che 1,2 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra provengano dalla produzione tessile. Massiccio il ruolo delle vendite online.

La fondatrice di ACTA, Camille Reed, spiega che un terzo degli acquisti di abbigliamento online che vengono restituiti verrà inviato ai rifiuti, poiché gli articoli restituiti in genere devono essere ispezionati, puliti commercialmente e riconfezionati. Un processo costoso che riduce significativamente i profitti. Secondo l’Environmental Protection Agency, circa 12,8 miliardi di tonnellate di indumenti vengono inviati alle discariche ogni anno. A causa dell’elevato volume di acqua necessario per produrre indumenti, l’industria rappresenta anche il 20% delle acque reflue globali annue.

In effetti, la quantità di acqua sprecata è sbalorditiva: possono essere necessari più di 5.000 litri d’acqua per produrre solo una T-shirt e un paio di jeans. E stiamo parlando, ripetiamo, solo di una T-shirt e un paio di jeans, ossia del minimo sindacale del vestiario. Infine, c’è da tener presente che la contaminazione delle acque sotterranee locali ha un impatto disastroso sugli ecosistemi circostanti e sulla biodiversità.

Come la necessità è diventata moda

L’industria dell’abbigliamento è forse l’industria più antica e più importante nella storia economica del mondo occidentale. Addirittura è stato scoperto che ossa di uccelli venivano usate come aghi per cucire già nel 50.000 a.C. Nel corso della storia, l’umanità ha creato tessuti e capi di abbigliamento intrecciando a mano varie fibre animali e vegetali per creare pezzi unici e duraturi. Questa forma di moda “lenta e fatta a mano” è durata fino alla rivoluzione industriale. Dopo, enormi cambiamenti hanno trasformato la produzione, soprattutto nella quantità di capi realizzati.

La moda è stata anche la prima industria ad essere meccanizzata, anche in risposta all’elevata quantità di manodopera richiesta per produrre tessuti e indumenti. Con l’invenzione delle macchine da cucire e dei gin di cotone, le aziende di abbigliamento sono state in grado di accelerare notevolmente il processo di produzione. Ciò ha portato alla produzione di massa di abbigliamento, consentendo ai marchi di moda di semplificare i modelli, migliorare l’accessibilità e aumentare la frequenza dei cambiamenti nel design. E così la moda divenne una merce deputata all’auto espressione piuttosto che servire semplicemente a uno scopo pratico.

Di conseguenza, il concetto di “fast Fashion” è diventato la norma dominante a partire dalla fine degli anni Novanta. Marchi come Zara e H&M hanno iniziato a produrre versioni a prezzi accessibili di abiti in stili visti fino a quel momento visti solo sulle passerelle dell’alta moda, addosso alle ormai mitiche top model. Il settore è così esploso e, con l’avvento di internet, la tecnologia ha consentito ai consumatori di ordinare dai loro marchi preferiti con un clic e comodamente da casa. L’enorme successo dello shopping online ha stravolto comportamenti di acquisto e modelli di consumo, rendendo la moda ancora più accessibile a tutti.

Articolo tratto da Impakter.com.

 

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