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Giuseppe Conte governo recovery

Un governo per il Recovery, l’unica soluzione della crisi

Un governo di Recovery nazionale. Anzi di Recovery europeo. I giorni di crisi e l’avvio delle consultazioni spingono il Paese nel limbo, uno stand-by sui temi reali, facendo entrare in gioco i riti della politica. Complessi, forse incomprensibili. Eppure necessari. Quindi, nessuna sorpresa: queste fasi spostano il dibattito sulla distribuzione degli incarichi governativi, sugli equilibri di una futuribile maggioranza parlamentare. Ammesso che riesca a formarsi o riformarsi, in questo caso. Il punto, tuttavia, è che mai il Paese aveva affrontato una tale congiuntura negativa: una pandemia che ancora uccide centinaia di persone al giorno e una crisi economica catastrofica, che richiede investimenti eccezionali. Tanto che l’Unione europea ha previsto oltre uno stanziamento di 200 miliardi di euro per l’Italia.

Una somma conquistata sul campo. Ed è intorno a questo aspetto che bisognerebbe orientare il dibattito, più che sulle trattative per i Ministeri. Il centro di tutto è lo sviluppo sostenibile, le politiche per l’ambiente: il futuro governo deve incardinare il problema con pervicacia. Perché l’emergenza climatica non attende i tempi della politica. Certo, non sarà qualche giorno di consultazioni a far saltare il tutto, a far finire il mondo. Ma più dei nomi conta quali sono i progetti centrali.

A che punto è la crisi di governo

All’interno della crisi, al momento, prevale una grande incertezza. Tutti sono fermi alla casella di partenza. Nessuno sa, davvero, quale sia lo sbocco per evitare le elezioni. Giuseppe Conte ambisce a formare il terzo governo in questa legislatura. Ma ha un problema non proprio secondario: gli mancano i numeri per avere la maggioranza. Comunque la si metta, i voti al Senato di Italia viva sono necessari. La nascita del gruppo degli europeisti, il nome ufficiale dei cosiddetti responsabili, non ha smosso alcunché. A Palazzo Madama serve l’ingresso il sostegno di nuovi parlamentari, altrimenti non ci sono possibilità di rafforzamento. Oppure si deve tornare alla casella di partenza: un rinnovato confronto con i renziani. Un patto per terminare la legislatura nel 2023, alla scadenza naturale.

Certo, ci sono altre opzioni sul tavolo, possibili nuovi presidenti del Consiglio per guidare il Paese fuori dalla pandemia: circolano i profili di Mario Draghi, un evergreen per le ipotesi di governo tecnico, e di Paolo Gentiloni, attualmente impegnato nel delicato ruolo di commissario europeo. Voci che al momento non trovano un riscontro. Il retroscenismo giornalistico, insomma, impazza, raccogliendo sussurri e dialoghi più o meno privati. Ma le notizie confermate sono una chimera. Di sicuro le prossime ore saranno sicuramente decisive per comprendere l’esito delle prime consultazioni. Domani il giro si chiude e il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dovrà fare una valutazione. Senza escludere un rinvio alla prossima settimana: potrebbero esserci nuovi “round” al Quirinale per comprendere la possibilità di formare un governo. Che sia Conte Ter o altro, la base è un piano di sviluppo sostenibile. Tutto il resto è fiction. 

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