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Uiguri

Uiguri: un popolo verso lo sterminio

Il 30 marzo il segretario di Stato americano Antony Blinken ha ribadito l’accusa di «genocidio» nei confronti di Pechino in merito al trattamento della minoranza etnica degli uiguri, sulla base di quanto già fatto dal suo predecessore, Mike Pompeo, ed il Canada ha votato in modo nettissimo la stessa cosa, anzi aggiungendo un emendamento per invitare il Comitato olimpico internazionale a trasferire le Olimpiadi invernali del 2022, organizzate a Pechino. Non fosse ancora alle prese con problemi urgenti legati alla pandemia, la Gran Bretagna si sarebbe già potuta schierare con le sue due ex colonie.

La Cina ovviamente ha rigettato tutte le accuse che sono improvvisamente tornate d’attualità perchè è stato implementato il servizio di riconoscimento facciale nel paese asiatico, in grado di identificare anche l’etnia (in Cina sono 56 quelle “legali”) di una persona. Non è da oggi che la questione del riconoscimento facciale agita polemiche di ogni genere e non solo in Cina. Ma dietro la questione uigura – come spesso capita nella Storia – c’è un’affare di soldi.

Perchè la Cina fa la guerra agli uiguri – Mappa dello Xiniang – @ispionline.it

Cina vs Uiguri: perché?

Prima di tutto la geografia: gli uiguri vivono nello  Xinjiang, una delle regioni più grandi della Cina nella parte nord-ovest del paese. E’ una regione autonoma il che vuol dire un proprio governo locale ed una maggiore autonomia in chiave legislativa rispetto alle altre province. Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India, sono i paesi e le regioni che fanno da confine con questa provincia che è diventata autonoma nel 1955 proprio a causa della presenza sul suo territorio della minoranza uigura.

Si tratta ufficialmente, di “una minoranza regionale all’interno di uno stato multiculturale”, motivo per cui gli uiguri non sono compresi nella definizione di “gruppi indigeni” delle Nazioni Unite. I tratti antropometrici sono simili a quelli delle popolazioni dell’Asia Centrale con le quali il gruppo uiguro divide anche le tradizioni culturali, la confessione religiosa (Islam sunnita, seguace dell’ortodossia islamica) e la lingua turcofona.

Dopo il dissolvimento dell’Unione sovietica e la nascita delle repubbliche del Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan lungo i confini dello Xinjiang i movimenti secessionisti o cosiddetti, hanno ripreso forza grazie alla presenza di gruppi di uiguri anche in queste nuove nazioni. All’epoca si parlò di un movimento “panturco” che per un pò mise in moto alcune rivolte. Il problema era che la Cina non era particolarmente pronta a fronteggiare movimenti secessionisti che di fronte all’atteggiamento del governo centrale presero ulteriore forza fio a quando dopo l’11 settembre 2001, anche Pechino ha deciso di far rientrare la sua questione con gli uiguri nella lotta al terrorismo globale, dichiarando gli appartenenti a  questa minoranza ufficialmente “terroristi internazionali”.

Una volta che le Nazioni Unite hanno confermato questa decisione per la Cina è stato meno difficile far partire la lotta armata contro gli uiguri anche perchè i cinesi hanno un’idea di terrorismo piuttosto larga e comprende il terrorismo vero e proprio come lo intendiamo anche noi, il separatismo e l’estremismo religioso. Tutto è all’interno di un quadro che si chiama dei “Tre mali”. Di questo viene viene accusata la minoranza uigura in Xinjiang. Ufficialmente…

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Perchè la Cina fa la guerra agli uiguri – @pqsels.com

Ecco la Via della seta

Qui ci viene in soccorso Giulia Sciorati, dell’Ispi, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale:” Il lancio della Belt & Road Initiative (BRI) – detta anche Nuova via della seta – ha ulteriormente aggravato il livello di complessità delle questioni di sicurezza in Xinjiang. La regione è infatti attraversata da tre dei cinque corridoi economici che caratterizzano la componente infrastrutturale dell’ambizioso progetto cinese. In questo modo, il potenziale strategico dello Xinjiang nell’ambito della strategia complessiva di Pechino ne è risultato accresciuto.

Il primo corridoio economico, il New Eurasian Land Bridge (NELBEC), connette le regioni costiere della Cina orientale ai mercati dell’Europa settentrionale, valicando le frontiere nazionali proprio tra lo Xinjiang e la zona economica speciale di Khorghos in Kazakistan.

Il secondo corridoio, il Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale (CCAWAEC), parte dalla capitale regionale dello Xinjiang, la città di Urumqi, e attraversa il Medio Oriente fino a raggiungere il porto del Pireo in Grecia.

Il terzo e ultimo corridoio, il Cina-Pakistan Economic Corridor (CPEC), uno dei progetti di punta di Pechino, connette la città di Kashgar nello Xinjiang meridionale al Mar Arabico, offrendo un accesso diretto alle rotte marittime per i porti di Kenya, Sri Lanka ed Europa.

Lo Xinjiang è quindi un passaggio obbligato nei progetti della Nuova via della seta. La stabilità interna di questa regione si è ora trasformata in una priorità chiave anche per la politica estera di Pechino oltre che per quella di sicurezza”.

A proposito della quale il governo cinese ha da tempo istituito dei campi di rieducazione per coloro che appartengono alle minoranze islamiche dello Xinjang. Un sistema vecchio come il mondo quello di utilizzare questa sorta di prigioni come un modo per educare grazie al lavoro (orribile assonanza con quanto già visto in Europa 80 anni fa) e si viene indottrinati tutto il giorno alla propaganda comunista. Quel che accade in questi campi si sa grazie alle testimonianze di alcuni kazaki che vivono nella regione o di alcuni prigionieri che vengono rilasciati.

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