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Donald Trump

Trump contro la Cina: la guerra del Coronavirus

Il Coronavirus non è una guerra, nonostante l’abbondanza di metafore belliche che ha evocato tra osservatori e leader politici. Eppure oggi, quasi come una nemesi, aumenta le tensioni diplomatiche con un innalzamento del livello di conflittualità tra superpotenze. Facendo temere il precipitare degli eventi fino a una guerra. Quantomeno a bassa intensità.

Le accuse dell’amministrazione Trump alla Cina rischiano di innescare una spirale di scontro globale. Del resto già la battaglia commerciale ha rappresentato un prologo, benché sia stata siglata una tregua. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha puntato direttamente l’indice contro Pechino, tirando in ballo il laboratorio di Wuhan come responsabile della diffusione del virus. Addirittura ha fatto riferimento a “prove enormi”, senza però rivelare quale siano, né dando alcuna indicazione. Si attendono segnali in tal senso.

Mike Pompeo e Xi Jinping (https://www.flickr.com/photos/statephotos/40985611020/)

Il parallelismo storico sulle prove

Il ricordo è tornato alle prove sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq. L’allora segretario di Stato, Colin Powell, di fronte alla platea delle Nazioni Unite sostenne che Saddam Hussein era in possesso di un arsenale distruttivo. Fu il discorso che gettò le basi all’attacco statunitense contro il raìs di Baghdad, iniziando una guerra che di fatto ancora oggi non è terminata. Il processo democratico iracheno fa ancora fatica, tanto che il Paese si sta trasformando in quella che è la culla dell’antiamericanismo nella regione. Soprattutto a causa del sopravvento sciita.

Il parallelismo storico non tranquillizza affatto, quindi. Lo sbocco, nel caso dell’Iraq, fu quello di una guerra. Ma Baghdad non era di certo una superpotenza e il contesto storico totalmente diverso. Eppure l’escalation di tensione tra gli Stati Uniti e la Cina ha fatto scattare l’allarme rosso.

Qui è tutta campagna elettorale

Donald Trump (Foto Michael Vadon)

L’unico aspetto più tranquillizzante, solo in parte, è che Trump ha bisogno di recuperare nei sondaggi per le prossime elezioni. L’epidemia di Coronavirus ha colpito duramente l’immagine del presidente, che ha sempre minimizzato sulla minaccia sanitaria. Nonostante l’oscuramento mediatico delle primarie democratiche, il suo avversario Joe Biden è dato in vantaggio dai rilevamenti.

Se davvero Trump dovesse far passare nell’opinione pubblica statunitense il messaggio della responsabilità cinese, allora la campagna elettorale cambierebbe direzione. In questo modo, infatti, avrebbe trovato il nemico perfetto, potendo indossare i panni dell’invincibile Commander in Chief contro la possibile minaccia della Repubblica popolare.

Al momento “le prove enormi” menzionate restano un segreto o al massimo devono rifarsi alle teorie complottiste. Tanto che Anthony Fauci, esperto a capo della task force anti-Coronavirus, ha smentito l’ipotesi di un virus uscito dal laboratorio di Wuhan. Ma al di là delle polemiche resta un punto fermo: le accuse di Pompeo, sotto l’occhio soddisfatto di Trump, sono il passo prima del “punto di non ritorno” nei rapporti con la Cina.

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