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Mario Draghi

Draghi sferza la UE. Ma gli stati più piccoli non ci stanno.

Trattati europei da riformare. Draghi ha invitato l’europarlamento a realizzare riforme radicali, per adeguare la UE alla sfide globali. Ma gli stati più piccoli non ci stanno.

Cosa ha detto Draghi

“Serve un federalismo pragmatico che comprenda tutte le aree interessate dalle trasformazioni in corso, dall’economia all’energia alla sicurezza…se ciò richiede l’avvio di un percorso che porti alla revisione dei Trattati, dovremmo abbracciarlo con coraggio e fiducia”. Così il premier italiano al parlamento europeo.

Il nocciolo della questione per Draghi è il superamento del potere di veto dei singoli paesi. Tale possibilità è prevista dall’attuale regolamento ed è stata pensata per salvaguardare l’espressione della volontà nazionale in un contesto sovranazionale com’è quello dell’Unione Europea. Nel tempo però tale misura si è rivelata il più grande ostacolo all’efficacia operativa della UE come soggetto politico unitario nel contesto globale.

È infatti sufficiente che un solo paese ponga il veto per impedire l’approvazione di provvedimenti di cruciale importanza per l’intera comunità dell’Unione. Lo vediamo in queste ore, con l’opposizione dell’Ungheria di Orban all’approvazione del sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, per l’invasione dell’Ucraina. 

Maggioranza vs unanimità: una “vecchia” questione irrisolta

Romano Prodi, forte della sua esperienza di Presidente della Commissione Europea, già nel 2010, durante una lectio magistralis all’Università Bicocca di Milano, parlava della necessità di passare dal principio di unanimità a quello di maggioranza. Perché, come ebbe a dire in quell’occasione, “con l’unanimità non si amministra neanche un condominio”.

Concetto affermato con forza anche da Draghi davanti ai deputati europei: “Dobbiamo andare oltre il principio dell’unanimità, che dà luogo a una logica intergovernativa di veti contrastanti, e orientarci verso decisioni prese a maggioranza qualificata”. Quest’ultimo passaggio del discorso di Draghi ha suscitato l’entusiasmo dell’aula, evidenziato da un caloroso applauso dei parlamentari. L’appello di Draghi ha certamente raccolto l’adesione accorata del neo rieletto Presidente francese Emmanuel Macron e della Presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen. Ma non solo. Anche i paesi più grandi dell’Unione sono allineati a questa proposta di riforma enunciata da Draghi. Tutto bene quindi? Niente affatto.

I paesi che si oppongono alla riforma dei Trattati

 Tuttavia, un nutrito gruppo di paesi ha espresso contrarietà assoluta a questa ipotesi. Lo scorso 9 maggio è stato reso pubblico un documento congiunto firmato da Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Slovenia e Svezia. Vi si legge che “non sosteniamo i tentativi sconsiderati e prematuri di avviare un processo di modifica del trattato“. Il motivo di tale posizione risiede nel timore di questi paesi più piccoli di essere schiacciati dalla forza di quelli maggiori. Da loro punto di vista, il mantenimento del potere di veto sarebbe una clausola di salvaguardia per gli Stati meno popolati, e quindi con minore capacità di formare quel “oltre il 65%” dei 450 milioni di europei che è ipotizzato nell’ipotesi di riforma quale maggioranza qualificata. “Abbiamo già un’Europa che funziona” hanno chiosato.

Beh, questioni di punti di vista…

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