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transizione ecologica

Transizione ecologica vuol dire competenza

Sviluppo sostenibile: un concetto che noi di Impakter Italia cerchiamo di accompagnare da due anni e per spiegare con maggiori dettagli, chiediamo ad alcuni esperti di essere al nostro fianco. Oggi lo abbiamo chiesto a Laura Cavalli,  coordinatrice del programma di ricerca Agenda 2030 e Sviluppo Sostenibile presso Fondazione Eni Enrico Mattei e UN Sustainable Development Solutions Network Manager per l’Italia.

Cos’è lo sviluppo sostenibile?

E’ un paradigma, è una visione. E’ un modo nuovo ed olistico di guardare alla sostenibilità. Tutto quell’insieme di comportamenti nel settore pubblico, privato, nella ricerca, nella pubblica amministrazione, all’interno delle aziende, atti a progredire e sviluppare il territorio in cui si vive, utilizzando le risorse naturali, il pianeta senza compromettere l’utilizzo delle stesse da parte delle nostre generazioni future. Mi piace ricordare un detto indiano che dice che “noi non ereditiamo le terre dai nostri avi, ma le prendiamo in prestito dai nostri figli“. Il che non vuole dire prendere le nostre competenze, andare in un paese terzo ed imporre un paradigma di sviluppo. Ma vuol dire contribuire allo sviluppo locale tenendo insieme conoscenze approfondite del tessuto urbano, di quello socio-economico, di quello ambientale, della tecnologia esistente: cioè connettere i pilastri dello sviluppo sostenibile (economia, ambiente, sociale) grazie anche ad un necessario appoggio istituzionale, cioè con l’impegno dei governi e delle amministrazioni pubbliche e della politica.

Deve essere chiaro anche un altro punto: sviluppo sostenibile non è sinonimo di carità: un’impresa continuerà a fare profitto, un politico vorrà continuare ad essere eletto, una persona come me vorrà continuare a fare ricerca di qualità. Sposare il paradigma dello sviluppo sostenibile vuol dire cambiare il modo in cui abbiamo lavorato finora“.

Transizione ecologica

Transizione ecologica – Laura Cavalli

Lo sviluppo sostenibile ed i sui concetti fanno parte delle conoscenze dell’opinione pubblica?

Non è semplicissimo. C’è stato moltissimo greenwashing in passato che ha rischiato di far passare dei messaggi sbagliati. Quando guardo la televisione facendo zapping, mi accorgo ad esempio molti prodotti vengono pubblicizzati utilizzando il termine sostenibile. In realtà interessa poco che ciò di cui stiamo parlando espliciti il sostantivo “sviluppo sostenibile”; mi interessa che passino e si diffondano i concetti, i contenuti dello sviluppo sostenibile.  Se ci chiediamo quanto Agenda 2030 ed i suoi obiettivi di sviluppo sostenibile si siano diffusi la risposta è  pochissimo, come termini. Quello che invece sta passando sono i contenuti all’interno dell’Agenda. Per esempio, al Recovery plan si associa il concetto di Next Generation, quindi misure che non devono essere per il breve periodo ma che devono essere strutturali, che durino nel tempo che facciano davvero la differenza. E questo comincia ad essere presente a che a livello istituzionale“.

Insomma la politica ha capito l’importanza e l’urgenza del momento? 

Il governo uscente ha iniziato a ragionare in termini di sviluppo sostenibile, di benessere, promuovendo anche una cabina di regia all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ragionasse in e con questi termini. La presidente von der Leyen ha iniziato a parlare del Green New Deal che come dicitura richiama il classico concetto di sostenibilità ambientale ma che all’interno richiama i concetti di sviluppo sostenibile. La gente inizia a comprendere parole come resilienza, capacità di reagire, inclusività, il che non vuol dire che si banalizzano le questioni, ma che si diffondono. Mi capita anche sempre più spesso di essere chiamata da testate di diversi settori che mi chiedono di spiegare in cinque parole cos’è o sviluppo sostenibile. Quindi c’è curiosità e c’è domanda di informazioni da parte dei lettori/consumatori/cittadini.

Dato il nostro potenziale, in Italia non siamo messi benissimo rispetto al raggiungimento degli SDGs (sustainable development Goal), siamo a metà strada;  se ci compariamo ad alcuni paesi in via di sviluppo o ad altri industrializzati che creano moltissime esternalità negative siamo messi meglio – però la consapevolezza istituzionale cresce. Quando un Paese parla di inclusività, di sostenibilità e dà vita ad un nuovo Ministero vuol dire che ha capito l’importanza del momento e di quanto sia necessario che se ne parli e si faccia qualcosa di più.

Transizione ecologica

Transizione ecologica vuol dire competenza -CC0, public domain, royalty free

Quanto è importante in questo senso l’assunzione di responsabilità individuale del cittadino?

E’ molto importante. Molto parte dai giovani. La mobilitazione di Greta, Fridays for Future, ha mosso qualcosa ed ha creato consapevolezza. Le buone pratiche diffuse a livello urbano, nazionale sono sicuramente interessanti, ma è il momento di andare oltre. A dieci anni dalla scadenza dell’Agenda Onu noi non possiamo continuare a guardare immobili le buone pratiche, ma con le nostre caratteristiche economiche, sociali, demografiche, culturali dobbiamo andare oltre. In questo senso una maggiore capacità critica del consumatore è un elemento chiave e può fare la differenza. Pensate alla plastica. Il consumatore (ma anche il produttore) aveva accettato e compreso l’importanza di ridurne l’utilizzo; poi è arrivato il Covid che ci ha costretto a tornare al monouso della plastica, plastica, plastica. Adesso dobbiamo riprendere il ragionamento e trovare soluzioni pratiche.

Tornando ai giovanissimi ed alla loro educazione e formazione, pensiamo un attimo all’educazione civica tanto dibattuta. Le due ore a settimana di educazione civica a scuola perché non siano una cosa in più da fare, vanno riempite di contenuti anche legati allo sviluppo sostenibile: è un’opportunità. Non si tratta più di proporre laboratori classici, ma di uno sforzo aggiuntivo, con proposta di un lavoro infra-classe, intra-classe, inter-materia creando un filo rosso che lega tutto. Se si fa questa operazione fin dalla tenera età, per tutto il percorso scolastico fino alle università, vuol dire che stiamo creando consapevolezza.

Anche gli investimenti nella ricerca devono e stanno andando in questa direzione: i fondi per la ricerca, gli Horizon per gli atenei (Horizon è il il programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione che persegue ambiziosi obiettivi – moltiplicare gli investimenti privati, creare nuove opportunità occupazionali e garantire la crescita e competitività a lungo termine per l’Europa fornendo a ricercatori e innovatori gli strumenti necessari alla realizzazione dei propri progetti e delle proprie idee per andare incontro alle sfide che la società europea si trova ad affrontare)  devono essere indirizzati tenendo conto di competenze trasversali, che includano il cambiamento climatico, i concetti di resilienza e di sostenibilità nella sua definizione multidimensionale, garantendo le basi per lo sviluppo di una ricerca scientifica appropriata e di soluzioni innovative”.

Transizione ecologica

Transizione ecologica vuol dire competenza -CC0, public domain, royalty free

Di cosa va riempito prima di tutto il Ministero della Transizione Ecologica perchè non sia un’occasione sprecata?

Di competenze. Di visione, quella che spesso manca.. E rispondiamo alle critiche: non siamo i primi ad avere un Ministero simile, quindi non l’abbiamo inventato per aumentare i “cadreghini” -come si dice a Milano-; certo è che va riempito di contenuti e competenze. La politica è responsabile della preparazione e dell’attuazione della policy nei settori dello sviluppo sostenibile, del clima, della transizione energetica e della biodiversità e deve avvalersi  delle competenze degli addetti ai lavori, della ricerca, proprio nella logica del Goal 17 dell’Agenda 2030, partnership for the Goal. Transizione ecologica vuol dire andare in una precisa direzione, facendo i conti con gli aspetti economici e sociali, tecnologici e finanziari: tenere insieme tutti questi ambiti è la sfida più difficile“.

Dovesse spiegare a dei bambini di dieci anni di cosa abbiamo parlato in questa intervista, cosa gli direbbe?

Gli direi che lo sviluppo sostenibile e soprattutto l’Agenda 2030 è una promessa che i leader del mondo ci hanno fatto : porre fine alla povertà in tutte le sue forme ovunque nel mondo. Una promessa che ha 17 grandi obiettivi che possono partire da ognuno di noi;  se parliamo dell’acqua pulita vuol dire che tutti gli individui possono avere accesso ad un gabinetto e dunque dignità; che tutte le bambine possono guidare, andare a scuola, votare quando sarà il momento, esattamente come i maschietti. Vuol dire che quando sono a scuola si sentono sicuri, che il tetto non cade loro in testa; e che i bambini disabili hanno una rampa tutta per loro per l’accesso a scuola. Che se devo fare una vaccinazione la posso fare tranquillamente e gratuitamente perchè questo vuol dire che posso preservare la mia salute nel tempo. Che quando torno a casa il mio papà non piange perchè ha perso il lavoro e che ha la possibilità di fare un lavoro adeguato alle sue competenze. E questo vale anche per la mamma. Se vado a pesca posso pescare senza la preoccupazione che le grandi navi distruggano i fondali o che dopo un anno non troverò più un pesciolino (da liberare ovviamente!!). Sviluppo sostenibile -direi sempre ai bambini-  vuol dire che io da sola posso fare tante cose ma se le condivido con i miei compagni di classe, coi miei maestri, con i miei genitori o con il mio amico che vive in un altro posto in Italia o all’estero è meglio!“.

Laura Cavalli si è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi nel 2004 (triennale) e nel 2006 (laurea specialistica) ha conseguito il PhD in Economics and Finance of Public Administration (DEFAP) nel 2010. Ha lavorato presso il CERGAS Bocconi dal 2006 al 2008 e dopo esperienze come ricercatore in Germania e Svizzera è stata post-doc 4 anni presso l’Università di Verona impegnata in un progetto finanziato dal Ministero dell’Istruzione (FIRB). Dopo due anni da assegnista ricerca presso l’Università Cattolica di Milano (ottobre 2016-agosto 2017) dove si è occupata di analisi statistico-economiche per l’Autorità per l’Energia Elettrica, il Gas e il Sistema Idrico (oggi ARERA), attualmente è senior researcher fellow e project manager presso Fondazione Eni Enrico Mattei nell’ambito dell’area di ricerca trasversale “Agenda 2030 “e UN Sustainable Development Solutions Network Manager per l’Italia. Dal 2017 è docente a contratto presso l’Università Cattolica di Milano, dove insegna Managerial Economics.

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