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Tracciabilità al centro. Parola di imprenditore tessile

Tracciabilità e formazione sono le parole d’ordine per una moda sostenibile. Parola di Andrea Cavicchi (foto), imprenditore tessile, Presidente CID, Coordinatore Club dei 15 di Confindustria. Impakter Italia lo ha intervistato. Ecco che cosa ci ha detto.

Cosa si intende esattamente quando si parla di “fast fashion” ? 

Si parla di fast fashion cioè “moda veloce” per descrivere i modelli di produzione di abbigliamento basati su una produzione rapidissima e continua, a prezzi economici. Il sistema di produzione è di tipo lineare, si utilizzano grandi quantità di risorse non rinnovabili per produrre vestiti che spesso sono utilizzati per poco tempo, dopo di ché vengono inviati in discarica o inceneritore.

Quali problematiche specifiche derivano in termini di impatto ambientale dalla produzione in questo settore? 

Questo sistema lineare ha numerosi aspetti negativi sull’ambiente e sulla società. Così facendo infatti, si aumentano le pressioni sulle risorse, sugli inquinanti e sugli ecosistemi naturali e si creano impatti sociali negativi significativi sia su scala locale che globale. Secondo i dati diffusi dalla Ellen Macarthurn Foundation, le emissioni totali di gas a effetto serra prodotte dalla produzione tessile, ammontano a circa 1,2 miliardi di tonnellate all’anno, più di quelli di tutti i voli internazionali e trasporto marittimo combinato.

L’utilizzo di acqua (incluso la coltivazione del cotone) è di circa 93 di miliardi di mc all’anno con il rilascio di molte sostanze pericolose nell’ambiente. Una volta lavati, alcuni indumenti rilasciano microfibre di plastica, di cui circa mezzo milione di tonnellate all’anno contribuiscono all’inquinamento marino. La produzione dei rifiuti tessili è un problema sempre più pressante mentre meno dell’1% del materiale utilizzato per produrre l’abbigliamento viene riciclato in nuovi vestiti.

Lei nel mese scorso ha presieduto il convegno internazionale Traceability for the sustainability of the wool: the example of mohair and recycled textiles, organizzato da Confindustria Toscana Nord. In tale occasione avete parlato di tracciabilità della lana mohair? In cosa consiste tecnicamente? E perché l’attenzione si è concentrata proprio su questo tipo di lana? 

Dopo la denuncia dell’associazione Peta nel 2018 sui maltrattamenti alle capre del mohair, molti produttori del distretto tessile di Prato chiesero all’associazione un modo per essere sicuri che questo non avvenisse più. Sempre più brand oggi ci sollecitano un welfare completo dell’animale e l’avvio dell’iter di certificazione va proprio in questa direzione. Per questo abbiamo coinvolto fin da subito Textile Exchange e Mohair South Africa affinchè si lavorasse alla redazione di uno standard che assicurasse un sistema tracciato di produzione della fibra di Mohair con il rispetto di criteri ambientali, sociali e del benessere degli animali.

Durante il convegno di giugno è stato annunciato che il percorso di redazione dello standard verrà probabilmente concluso a ottobre. Un ottimo risultato per tutti gli operatori del settore e un’ottima notizia per tutti i consumatori.

Più in generale, quali sono le sfide e i propositi del settore riguardo al tema sostenibilità? 

Oggi, come imprenditore tessile e grazie alle esperienze fatte all’interno del sistema della moda nazionale, sono ancora più convinto che la sostenibilità, la tracciabilità e la formazione siano gli elementi fondamentali per poter mantenere l’industria della moda in Italia.  Adeguare il sistema dell’industria della moda alla sostenibilità, affinché la sua produzione garantisca il rispetto dell’uomo e della natura, è oggi un’esigenza imprescindibile. Stiamo vivendo un momento dove la sostenibilità è diventata il tema principale di molte collezioni di moda e assistiamo a iniziative di comunicazione volte a sensibilizzare i consumatori. Tutto questo è sicuramente molto positivo, ma sono convinto, che il vero cambiamento possa avvenire solo attraverso il forte coinvolgimento di tutta la realtà produttiva manifatturiera. L’esperienza del Consorzio Italiano Detox, nato grazie alla collaborazione con Greenpeace di alcune aziende tessili della filiera pratese, sta dimostrando che il sistema della moda può essere capace di eliminare le sostanze tossiche dai processi produttivi.

Gli imprenditori e le loro aziende, che rappresentano varie parti della filiera produttiva manifatturiera tessile, si sono impegnati in un percorso di miglioramento e di trasparenza, con l’obiettivo di eliminare entro il 2020, dai propri cicli di produzione, le sostanze tossiche. Il Consorzio sta lavorando molto anche sull’economia circolare e l’ecodesign, attraverso importanti ricerche scientifiche sul materiale tessile riciclato svolte insieme a BuzziLab, uno dei migliori laboratori di ricerca tessile e la collaborazione con importanti scuole di moda come l’Istituto Europeo di Design IED. Frutto di questa collaborazione è il progetto “The Time is Now!” per la formazione di progettisti che siano in grado di mettere al centro delle proprie collezioni la sostenibilità.

In che modo vi approcciate a queste tematiche nell’azienda tessile di cui Lei è titolare, la Furpile Idea?  

Come Furpile Idea siamo stati tra i primi a sottoscrivere l’impegno Detox verso l’eliminazione delle sostanze pericolose dal proprio ciclo produttivo. Ritengo che il tema della sostenibiltà avrà un ruolo sempre più importante non solo per il settore moda ma anche in tutti gli altri campi, come ad esempio il packaging.

Ingresso della Furpile Idea

Per questo anche con l’azienda Antitolex Flock sto progettando una linea di prodotti interamente pensati in chiave green. Credo infatti, che l’approccio alla sostenibilità e all’economia circolare non possa più essere a breve termine ma debba essere ti tipo olistico, che parta cioè dalla progettazione e produzione dei beni di consumo, prima ancora che diventino rifiuti.

Mauro Pasquini

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