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Tommaso Luzzati: sostenibilità meglio prevenire che curare

Sostenibilità: meglio prevenire( i danni) che curare.

L’azione dell’uomo deve prevenire i danni non curarli dopo che questi sono avvenuti. Per la urgente e necessaria transizione ecologica è il principio della riduzione dei prelievi di materia. Quanto minore è la quantità di materia che usiamo tanto minore sarà la quantità dei rifiuti e delle emissioni: come a casa, anche a livello sociale è meglio non sporcare che pulire. Per questo non è più rimandabile cambiare il nostro modello economico e giungere a una diversa composizione del PIL“.

Tommaso Luzzati è professore associato di Economia Politica presso l’Università di Pisa. La sua attività di ricerca riguarda i nessi tra crescita economica, degrado ambientale, benessere e sviluppo territoriale. E ad Impakter Italia ha spiegato le ragioni che lo hanno portato a promuovere e firmare insieme ad un centinaio di economisti di tutto il mondo, un appello ai presidenti della Commissione Europea e del parlamento EU, ai primi ministri degli Stati membri della EU, nonché ai primi ministri di molti altri Stati perchè la crisi generata dalla pandemia sia l’occasione per riorientare l’economia.

Tommaso Luzzati

E’ urgente abbandonare un’economia che si alimenta producendo danni: prevenire è meglio che curare

Questo il titolo dell’appello pensato dal Prof. Luzzati. Che spiega:”La risposta alla domanda quanto sia urgente cambiare è: si deve farlo. Perchè la crisi ambientale è a tutto tondo o a 360 gradi se preferiamo. E le azioni che dobbiamo fare non sono per salvare il Pianeta  – la Natura va avanti per conto suo con le sue regole perfette – quanto per salvare noi stessi, la specie umana. Alcune azioni si possono fare anche abbastanza agevolmente“.

Per esempio?

Partiamo dal concetto meglio non sporcare che pulire. L’approccio tradizionale alla questione ambientale è quello “end to pipe” cioè intervenire alla fine del tubo. Gli sforzi in termine di sequestro del carbonio ne sono un esempio: prima lo emettiamo, poi ci sforziamo per catturarlo. Questo ci fa perdere di vista il vero obiettivo, che è quello di ridurre gli sprechi. Non dobbiamo più immettere nel sistema economico materie che diventano immediatamente rifiuti. L’obiettivo principale a mio modo di vedere dovrebbe essere quello di ridurre la scala complessiva dell’economia riducendo appunto la quantità di beni che entrano in circolazione. E’ un pò quello che Giorgio Armani va dicendo da un pò di tempo. Come farlo? Ci sono degli strumenti. Uno è quello del prezzo. Un esempio è il principio adotta l’Unione Europea sulla questione delle emissioni: chi inquina paga. Che non è una licenza ad inquinare tanto poi si mette tutto a posto con una tassa. Al contrario deve essere uno strumento di dissuasione dall’inquinare, di convincimento. Oppure le accise sulla benzina. La domanda di benzina, diciamo noi economisti, è poco elastica: nonostante il prezzo alto noi continuiamo ad usare la macchina. Forse un prezzo più alto ancora sarebbe un incentivo a ridurre l’utilizzo delle automobili“.

Sostenibilità. Servono alternative però…

Certamente. Nel caso delle automobili è necessario che accanto al prezzo del carburante ogni Paese si doti di servizi pubblici efficaci in grado di consentire alle persone di fare scelte  alternative e lasciare la macchina a casa. O anche un diffuso utilizzo del il car sharing come reale alternativa al trasporto. Prendiamo la plastica ed una tassa sulla stessa. Qui le alternative ci sono e quindi il consumatore è convinto e consapevole che può usare altri materiali per gli stessi utilizzi, forse non tutti, della plastica. Qui entriamo anche nella psicologia di ognuno di noi ed io noto una incoerenza tra la vita privata e quella pubblica. Nella prima facciamo attenzione ad ogni piccola cosa che possa indirizzarci all’acquisto di questo o quel prodotto, a prenotare questo o quell’albergo mettendo insieme contemporaneamente tante indicazioni che ci portano a quella che per noi è la valutazione più adatta. Nella vita pubblica pubblica invece si pretendono valutazioni espresse in un’unica unità di misura. In particolare, le analisi costi-benefici per scegliere tra progetti alternativi convertono tutti i pro e contro in euro, fornendo una visione troppo semplicistica” .

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Saranno utili i soldi del Recovery Fund per questo cambiamento?

Alcune azioni concrete si possono fare subito e senza bisogno di tutti quei soldi. Sostenibilità. Due esempi concreti. Il primo, parliamo dei detersivi. Gran parte di quelli che compriamo contengono acqua ed una parte di concentrazione di detersivo vero e proprio. Se noi raddoppiassimo la dose di detersivo contenuta nella stesso flacone di plastica, il consumatore pagherebbe un prezzo doppio perchè il costo di ogni lavaggio rimarrebbe uguale, ad esempio nello stesso contenitore verrebbero vendute dosi per 40 lavaggi invece che per 20, giusto per far dei numeri. Ma i camionisti che trasportano le bottiglie farebbero la metà dei viaggi e dunque consumare la metà del carburante e quindi si dimezzerebbero le emissioni, ecc.. Il salario di tutti gli addetti a questa filiera rimarrebbe lo stesso – con l’aumento del prezzo – ma tutti lavorerebbero di meno e meglio. E si utilizzerebbero meno risorse e ci sarebbe meno inquinamento e quindi minor costi per la collettività. Ci sono anche delle alternative a questo ragionamento ma tutte nella stessa direzione: diluire a casa con l’acqua il detersivo seguendo le indicazioni; fare la spesa alla spina. In questo caso la bottiglia di plastica ha una vita lunga e non si produrrebbero rifiuti che non sappiamo raccogliere e trattare“.

Il secondo esempio?

La garanzia dei prodotti. Se a livello europeo si indicasse che la garanzia di un bene deve passare chessò, da due a cinque anni io consumatore sarei anche disposto a pagarlo il doppio perchè so che quello che ho comprato dura il doppio del tempo. Questo naturalmente prevede una diversa architettura e design dei prodotti, alcuni dei quali devono diventare riparabili anche da te, come alcuni cellulari che circolano da un pò. Sto parlando di prezzi maggiori perché il servizio è maggiore, mentre il prezzo per unità di servizio rimarrebbe lo stesso.

Tuttavia, occorre fare anche un’altra considerazione. Occorrerebbe alzare i prezzi di alcuni prodotti in quanto spesso prezzi bassi non includono i costi sociali (la manodopera sfruttata o l’inquinamento generato, per esempio) che invece  vengono scaricati sulla collettività. E’ il cosiddetto principio delle esternalità negativa che risale all’economista inglese Arthur Cecil Pigou nel 1920, dunque è qualcosa che si conosce molto bene. Quindi finchè il nuovo modello economico non viene assunto dalle nazioni la sostenibilità costerà un pò di più. Viviamo in un sistema di costi non pagati e dobbiamo pertanto cambiare la composizione del PIL (l’indicatore che misura la somma della dimensione del mercato e dei costi della pubblica amministrazione, ndr) al quale oggi tutti guardano come principale indicatore: oggi ci sono beni che diventano subito spazzatura che rientrano nel Prodotto Interno Lordo ma che non accrescono sostanzialmente il nostro benessere.

“Chiedendo” a gran voce prezzi bassi in realtà finiamo per generare una pressione che peggiora condizioni del lavoro e della normativa ambientale. In ultima analisi, chiedendo prezzi bassi contribuiamo a peggiorare le nostre condizioni di lavoro e la nostra salute. Perché volere cibo economico, che però sappiamo essere ad alto contenuto di pesticidi, piuttosto che pretendere salari e stipendi adeguati a comprare cibo di qualità e a basso impatto ambientale? Oggi realizzare un prodotto veramente sostenibile ha dei costi maggiori di produzione. Bisogna però aiutare i consumatori a saper leggere etichette, indicazioni, informazioni e tutto ciò che può guidarli ad un acquisto responsabile e sostenibile”.

“.

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