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Mappa Etiopia Tigrè

Etiopia: perché la guerra del Tigrè infiamma tutta l’Africa

Un conflitto regionale, dal Tigrè in Etiopia, che si sta tramutando in una guerra civile, con potenziali effetti sull’intero continente africano. Perché può arrivare all’Egitto, sempre più spettatore interessato per ragioni economiche e geopolitiche. Senza tacere delle conseguenze sui diritti umani, con l’aumento di violenze e l’incremento del numero di rifugiati. Un fenomeno che può a sua volta innescare un nuovo flusso migratorio verso l’Europa.

Non a caso l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, ha lanciato un avvertimento: “C’è il rischio che la situazione possa finire totalmente fuori controllo”. L’Africa è così scossa da nuove tensioni, che riguardano l’Etiopia e la provincia settentrionale del Tigray (o Tigrè). Gli indipendentisti hanno lanciato dei razzi contro Asmara, capitale dell’Eritrea, per provocare una più vasta opera di destabilizzazione tra Etiopia ed Eritrea. I due Paesi che nel 2018 hanno siglato la pace e che ora stanno portando avanti ora un percorso comunque ricco di diffidenze e incertezze. Solo che per ora son uniti dall’interesse contro i ribelli.

Mappa Etiopia

La mappa dell’ Etiopia

I fatti in Etiopia, Fronte di liberazione del Tigrè e governo di Addis Abeba

Ma cosa sta accadendo tra Etiopia e la regione del Tigrè? I problemi sono sorti quando il primo ministro etiope (insignito del Nobel per la Pace nel 2019 per la fine della guerra con l’Eritrea), Abiy Ahmed, ha limitato il potere del Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), l’organizzazione separatista di ispirazione marxista attiva nel nord del Paese dal 1975. E che in passato è stata protagonista della guerra al Derg, la giunta militare che ha governato Etiopia ed Eritrea tra il 1974 e il 1987. Oggi il Tplf contesta Ahmed perché vorrebbe limitare l’autonomia della regione.

Tra i motivi di tensione c’è stato il rinvio delle voto nazionale, a causa del Covid-19, posticipando il rinnovo dei rappresentanti territoriali. In segno di sfida, nel Tigrè si sono svolte comunque le elezioni che hanno visto trionfare i candidati del Tplf. Lo scontro istituzionale ha portato alla destituzione di Debretsion Gebremichael, eletto presidente della regione settentrionale. Ma il leader regionale ha tirato dritto, spostando il conflitto politico su un piano militare.

L’operazione militare dell’Etiopia

Il premier etiope Abiy Ahmed

Il premier etiope Abiy Ahmed (Licenza Creative Commons)

La situazione è complessa: a inizio mese, dal 4 novembre, il governo di Addis Abeba ha avviato un’operazione militare contro i ribelli, iniziando una guerra. L’obiettivo è quello di indebolire la forza dei guerriglieri separatisti. Di contro il Fronte di liberazione del Tigrè ha accusato il premier etiope di aver stipulato un’alleanza con gli ex nemici dell’Eritrea. Per questo nei giorni scorsi, il 14 novembre, il Fronte di liberazione del Tigrè ha lanciato razzi verso Asmara, capitale eritrea. L’attacco è però fallito: stando alle notizie ufficiali non ci sono state vittime o feriti.

Così come privo di conseguenze è stato il precedente lancio di razzi verso l’aeroporto di Gondar, città etiope situata nella regione di Ahmara. Ma un effetto è evidente: l’operazione ha contribuito ad accrescere ulteriormente la tensione. “Nonostante l’interruzione delle comunicazioni con il Tigray, che renda difficile verificare l’entità del danno fino ad ora, abbiamo ricevuto rapporti da varie fonti che suggeriscono un aumento degli attacchi aerei da parte delle forze governative, nonché feroci combattimenti di terra tra le forze opposte”, hanno riferito le Nazioni Unite, attraverso Bachelet.

Egitto spettatore interessato

La guerra preoccupa le istituzioni internazionali. Prima di tutto c’è il capitolo sfollati. L’Unhcr ha già evidenziato le preoccupazioni per la sicurezza di oltre 96mila eritrei che vivono in quattro campi profughi. A questi rifugiati si aggiungono le 100mila persone nel Tigrè, che erano già sfollate internamente all’inizio del conflitto. “I combattimenti si sono avvicinati al campo profughi di Shimelba, che ospita 6.500 rifugiati eritrei, sollevando preoccupazioni per lo sfollamento di massa dal campo stesso”, ha sottolineato Babar Baloch, portavoce dell’Unhcr. Inevitabile immaginare un’intensificazione dei flussi migratori da quell’area.

Ci sono poi le conseguenze geopolitiche ad aumentare i timori degli organismi internazionali: gli scontri stanno avvenendo in una zona adiacente al Sudan, non proprio un esempio di pace. E questi scontri potrebbero dunque propagarsi, coinvolgendo anche un altro Paese confinante, a est, con l’Etiopia: la Somalia, sempre caratterizzata da un elevato grado di instabilità e dalla presenza di gruppi terroristici (qui per un approfondimento). Un altro spettatore interessato è, più a nord, l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, che non vanta buoni rapporti con l’Etiopia. La disputa è legata alla realizzazione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una imponente diga sul Nilo, che secondo il governo del Cairo finirà per sottrarre risorse idriche all’Egitto (e al Sudan). Ma che per il premier etiope Ahmed sarebbe un passo in avanti in tema di infrastrutture per la produzione di energia elettrica.

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