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Proteste Thailandia

Thailandia: le proteste contro re e governo

Una nuova Costituzione per dare spinta alla democrazia in Thailandia. E contestare il ruolo del re, sfidando il tabù del reato di lesa Maestà nel Paese. La richiesta dei manifestanti va verso un rafforzamento di quei diritti attualmente negati. Perché di fatto il sistema resta lo stesso del 2014, legato al controllo dei militari, che vede il generale Prayut Chan-o-cha a capo del governo. Una situazione che non è più accettabile per i gruppi di giovani, affiancati dai partiti di opposizione Pheu Thai Party e Move Forward Party (seppure con alcune differenze soprattutto sugli attacchi alla monarchia). Per questo motivo il movimento Free Youth thailandese è sceso in piazza contestando anche il re Rama X, al secolo Maha Vajiralongkorn. Un fatto nuovo nella storia.

Il premier della Thailandia Prayuth

Il premier della Thailandia Prayuth

Gli scontri in Thailandia

La polizia thailandese, nelle ultime ore, ha lanciato gas lacrimogeni e usato cannoni ad acqua contro i manifestanti che marciavano verso la base militare a Bangkok: la richiesta, rivolta al monarca, è quella di rinunciare al comando diretto dell’unità militare ospitata in quella sede. Del resto le tensioni non sono iniziate ora: nei mesi scorsi migliaia di persone sono scese in strada per manifestare dissenso e chiedere una riforma costituzionale. Anche al prezzo di subire una forte repressione.

Le Nazioni Unite hanno già chiesto al governo thailandese il rispetto dei diritti umani, contestando in particolare le incriminazioni ai manifestanti arrestati. “Chiediamo al di porre fine al ripetuto ricorso a gravi accuse penali contro individui che hanno esercitato i loro diritti alla libertà di espressione pacifica e di riunione pacifica”, spiega Ravina Shamdasani, portavoce dell’Ohchr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani) a Ginevra. “Le persone – aggiunge Shamdasani – dovrebbero essere in grado di esercitare questi diritti senza timore di rappresaglie”.

Proteste scontri Thailandia

Credit Photo: Takeaway, licenza Creative Commons

Le richieste dei manifestanti

Ma quali sono le richieste dei manifestanti? Prima di tutto la riforma della Costituzione, e in primis la revisione del ruolo del re, con il conseguente scioglimento del Parlamento e l’indizione di nuove elezioni. Inoltre, le opposizioni chiedono l’abolizione del Senato, che rappresenta un avamposto della giunta militare nelle Istituzioni, essendo tutto nominato dai militari.

La riforma della Carta, avviata già nei giorni scorsi, è proprio nelle mani di un comitato composto anche da senatori. Un modo, secondo i manifestanti, per non effettuare le modifiche ritenute necessarie per avviare un reale processo democratico.

Come si è arrivati a questa situazione in Thailandia

Il primo ministro è sempre Prayut Chan-o-cha, il generale che ha guidato il colpo di Stato di ormai sette anni fa per abbattere il governo guidato da Yingluck Shinawatra. Yingluck è la sorella di Thaksin Shinawatra, imprenditore di successo ed ex premier destituito nel 2006 e costretto all’esilio per evitare il carcere. Su di lui pende una condanna in contumacia per reati di corruzione. Dal 2014, quindi, la Thailandia vive di fatto sotto un regime, mascherato da democrazia.

Le turbolenze sono infatti forti fin dall’inizio degli anni Duemila: l’affermazione elettorale, nel 2001, di Thaksin Shinawatra ha rappresentato uno scossone, perché i militari hanno di fatto perso il controllo del potere, a favore di un leader che, nonostante la provenienze borghese, si era posto come interlocutore dei contadini delle zone rurali. Le camice rosse sono state sempre al fianco dell’imprenditore impegnato in politica. Il colpo di Stato del 2006, che ha abbattuto Thaksin, ha dato il via una lungo periodo di tensioni, sfociato nela crisi politica del 2008 e gli scontri tra le camicie gialle e le camicie rosse. La siturazione si è protratta fino al 2010 con le violente repressioni militari alle manifestazioni del fronte pro-Shinawatra.

Le elezioni contestate

Così nel 2011 le nuove elezioni hanno registrato la vittoria di  Yingluck Shinawatra, a sua volta costretta a respingere le proteste di piazza del 2013: nel mirino era finita l’amnistia di cui avrebbe beneficiato anche il fratello. La premier è stata quindi destituita nel 2014 con un colpo di Stato orchestrato proprio da Prayut. Il generale è rimasto alla guida del Paese per cinque anni con un Parlamento indicato dalla giunta militare.

Le elezioni del 2019 hanno confermato il premier: come previsto dalla riforma costituzionale del 2016, voluta dalla giunta militare, la maggioranza parlamentare è stata garantita dal sostegno di 250 senatori nominati direttamente dai vertici dell’esercito. Il controllo della Camera, invece, è stato possibile attraverso un riconteggio dei seggi chiesto alla commissione elettorale. Inizialmente l’alleanza che metteva insieme le opposizioni aveva raggiunto la quota per avere una maggioranza. Il ricalcolo ha cambiato lo scenario. E ora i militari, in asse con il re, non sono intenzionati a fare concessioni.

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