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irpinia terremoto 1980

Terremoto dell’Irpinia, i conti non tornano

Proviamo ad alzare il sipario su una data che portò distruzioni e morte: il terremoto dell’Irpinia.  Pare che resti soltanto il rumore assordante della tragedia. Dei sostegni economici, ormai è tutta storia passata. Di quel mesto 23 novembre, altro non resta che una triste e amara commemorazione. Oltre ai 17 mila chilometri di terra, colpiti per sempre da una tragedia di vaste proporzioni, il gap di disparità, fortunatamente, forse, solo economico, allarga il suo terreno di crescita tra Nord e Sud. La mancata integrazione, ha fatto rima con una scellerata industrializzazione. Delle volte fantoccia: incassati i fondi e sbrigate le carte del fallimento, il resto oramai è storia.

Il terremoto più costoso e inquinante della storia

Ma ecco che arriva come un secondo treno, il Recovery Fund e i suoi finanziamenti a fondo perduto. Di nuovo. Dei 209 miliardi totali, ben 82 miliardi non devono essere restituiti.  Così, come furono, i 52 per la ricostruzione dell’Irpinia che mal dimostra il tentativo, come dimostra ancora oggi il comune di  Montella. Decine e decine di persone vivono ancora in baracche e container fatiscenti. Pare, però, che il 19 novembre alcune famiglie siano state trasferite in nuove abitazione. O come si direbbe per renderne concretamente il senso, in ‘case vere’.

Ma, oltre a questi fondi, anche dall’ estero sono arrivati ulteriori sostegni economici e di risorse umane specializzate, insieme alle già previste unità militari. In cifre, ecco i dati dei donatori: gli Stati Uniti con 70 milioni di dollari, la Germania con 32 milioni, l’Arabia Saudita con 10 milioni, l’Iraq di Saddam Hussein con 3,1 milioni e Algeria 500 mila dollari.

In tavola, sembravano esserci tutte le carte in regola per riavviare una proposta di sviluppo, delle aree meridionali interne. Soprattutto di quei comuni sfigurati dalla tragedia del sisma. E invece,  si stava apparecchiando un affare di milioni e milioni di euro,  tutti destinati ad una massiva attività di cementificazione del territorio. Ed ecco che un disegno che sarebbe dovuto essere virtuoso, tutto ad un tratto, prende l’appellativo di modello de «l’economia della catastrofe».

Il Decreto del Presidente del Consiglio, firmato il 13 febbraio del 1981 da Arnaldo Forlani, passava in rassegna i 36 paesi completamente distrutti, con i 280 danneggiati. Questi ultimi definiti come quelli ‘più o meno gravi’. Ma la conta non finì certo qui. Ancora, difatti, altri 687 comuni di cui 37 «disastrati», 314 «gravemente danneggiati» e 336 «danneggiati». Calata la polvere della devastazione, dopo qualche minuto dopo le 19.34, «il partito unico della spesa pubblica» avvertì un seducente profumo di soldi. In realtà, gli obiettivi, erano abbastanza chiari: restituire una casa a chi l’aveva persa, che con la legge 219/1981 gli sfollati avevano diritto a un’unità immobiliare; trasformare la provincia colpita dal terremoto in una zona di sviluppo industriale.

Irpinia: prima un disastro umano, poi economico e ambientale

Quindi, con 20 aree destinate agli impianti industriali e ai corrispettivi distretti, partì un investimento di circa 8 miliardi di euro. Ad autorizzare e a promuovere quest’attività di calce, sabbia e acqua, fu l’allora ministro Vincenzo Scotti. La mission? Cementificare le alture appenniniche, affidate a 13 consorzi di costruttori, poi scoperto essere direttamente coinvolti nell’affare di Tangentopoli. Monumenti di cemento di nessuna utilità, certo. Ma di un evidente e conseguente danno ambientale. Il Ofanto fu deviato per l’estrazione di alcuni materiali, regolamentati da nessun controllo.

Il paesaggio fu irreversibilmente devastato, ad esempio. Per non parlare delle faraoniche imprese di sviluppo, allora, a scorrimento veloce Fondovalle Sele SS91 terminata appena nel 2000.  Gran scalpore, fu il caso IATO, società di La Spezia che valeva l’acquisizione di ben 10 miliardi di lire di finanziamenti statali, utili a produrre fuoristrada con motori Fiat e carrozzeria in vetroresina a Lioni (Avellino). Undici anni dopo, nel 1991, fu finalmente chiusi ma per il solito ‘dichiarato fallimento’. Anni dopo, come il vaso piene d’acqua, trasborda la notizia sconcertante: l’azienda aveva usato il sottosuolo irpino per sversare rifiuti pericolosi come la polvere di arsenico proveniente dagli altiforni liguri. Un danno che, per fortuna, lo Stato ci tenne a riparare, ma con un buco di altri 5 miliardi per la bonifica.

Il Mezzogiorno, l’Irpinia, così, venne nuovamente sfigurato, ma nella sua immagine. Da qui in poi, il fenomeno dell’emigrazione che si era arrestato negli anni ’70, ripartì di nuovo vigoroso: dal 2000 hanno chiuso la valigia ben oltre 2 milioni di persone, il 72% dei quali aveva meno di 34 anni, come giovani laureati e formati nelle università meridionali ma che emigrano senza pensarci troppo. Le proiezioni quindi rivelano che se non ci sarà un’immediata inversione entro il 2065, la popolazione in età da lavoro al Sud diminuirà del 40%  pari a  5,2 milioni di cittadini in meno.

La risposta alle macerie del terremoto del 1980, secondo Stefano Ventura, Coordinatore dell’Osservatorio sul Doposisma della Fondazione MIDA , e come riporta in Storia di una ricostruzione dovevano essere espressi nei reali settori trainanti la provincia di Avellino. L’agroalimentare e il comparto vinicolo, l’agroindustria, l’artigianato e le energie alternative, quali altrimenti. D’altronde, come dimostra la presenza stabilimenti della Ferrero e Zuegg, presenti con successo in Irpinia e nel Potentino nel periodo post-terremoto, offre opportunità di lavoro ai comuni di Sant’Angelo dei Lombardi (Av) e Balvano (Pz) e limitrofi.

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