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Papa Francesco sviluppo sostenibile

Sviluppo sostenibile: Il Papa e l’anno di riflessione

Un anno speciale di riflessione sulle questioni ambientali, con grande attenzione allo sviluppo sostenibile nel suo complesso. Dal 24 maggio del 2020 al 24 maggio del 2021 “che l’uomo pensi e tutto quello che lo circonda”. Ecco cosa ha chiesto Papa Francesco. Partendo della sua enciclica  del 2015 “Laudato sì, sulla cura della casa comune“, Bergoglio scrisse di “conversione ecologica” necessaria; della “salvaguardia dell’ambiente connessa alla giustizia per i poveri ed alla soluzione dei problemi dell’economia legata solo al profitto”. C’è spiritualità e teologia ma si parte da dati scientifici, come hanno fatto i tre predecessori dell’attuale Pontefice nel loro rapporto con le questioni dell’ecologia.

Sviluppo sostenibile e Vaticano: le posizioni moderne

Papa Francesco Angelus

Foto: Paris Orlando

Dal Concilio Vaticano II  – che affermava che dell’ambiente l’uomo non è stato un custode saggio, ma uno sfruttatore sconsiderato, al punto da impoverirne le risorse o da mutarne gli equilibri – passando per Paolo VI,  Giovanni Paolo II, Benedetto XVI (definito dal National Geographic “il primo Papa verde”) la Chiesa Cattolica ha spesso ammonito che lo sfruttamento sconsiderato della natura oltre ad essere una degradazione dell’ambiente, poneva problemi di sicurezza per l’uomo stesso, e di come i danni causati dall’uomo all’ambiente fossero espressione della bramosia di alcuni nell’avere e nel godere oltre il possibile. E Papa Francesco ha iniziato il suo pontificato, richiamando con forza la vocazione di tutti a custodire l’intero creato nella sua bellezza e varietà.

Ambiente e salute: un periodo straordinario

Giornata Internazionale della Biodiversità sviluppo sostenibile

License to use Creative Commons Zero – CC0

Il dibattito sull’ambiente, negli ultimi tempi, ha risentito di una grande svolta culturale, che si intreccia con un evento, drammatico, legato al diritto alla salute. Prima la battaglia dei Fridays for Future, sull’onda lunga della mobilitazione avviata da Greta Thunberg, e poi l’arrivo dell’epidemia di Sars-Cov2, meglio noto come Covid-19. La mobilitazione dei giovani in tutto il mondo ha imposto all’attenzione mediatica l’emergenza climatica. Il messaggio è chiaro: il pianeta non può più consentirsi il lusso di esseri umani che consumano molto, troppo anzi, di più rispetto alle risorse disponibili. Un mondo soffocato da emissioni inquinanti. Papa Francesco ha sottolineato più volte la drammaticità di questo problema. L’aumento delle temperature nel pianeta, il famigerato surriscaldamento globale, è una realtà sotto gli occhi di tutti.

Tutti gli studi convergono su una certezza: senza un’inversione di rotta pressoché immediata, la Terra diventerà sempre più calda. Con il pericolo, davvero imminente, di raggiungere il punto di non ritorno. Siccità, alluvioni e impazzimento climatico totale di fronte a cui nemmeno un (ipotetico) repentino stop di emissioni riuscirebbe a fermare la dinamica disastrosa. Le conseguenze? Scioglimento dei ghiacciai, incremento dei livelli delle acque e quindi la cancellazione di intere aree costiere con la fuga di milioni di persone da quelle città. Sembra un’esagerazione apocalittica, ma gli ultimi mesi hanno insegnato che anche gli scenari più impensabili possono diventare realtà. Figurarsi quelli previsti. E non bisogna dimenticare un altro elemento: la perdita di biodiversità e l’insorgenza di nuove malattie attraverso la diffusione di virus sconosciuti.

L’incubo del virus

Coronavirus grafico

Image by iXimus from Pixabay

La parola virus fa balzare all’attenzione il Coronavirus, che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone. E quindi sposta l’attenzione sulla questione della salute pubblica. Con la domanda più scontata: cosa è stato fatto per tutelarla? In fase di emergenza è stato compiuto il massimo sforzo per salvare il maggior numero di vite umane. Un titanico impegno negli ospedali, nei Paesi che hanno le attrezzature. Ma la strategia a lungo raggio continua a mancare, perché per la salvaguardia reale della salute di tutti bisogna portare avanti politiche lungimiranti. Si tratta di aumentare gli standard di igiene, laddove nel mondo resta un problema, contrastare la povertà, in quanto le diseguaglianze si palesano con la difficoltà di accesso alle cure.

Il Papa, rilanciando la necessità di un cambiamento di visione, lo scorso anno aveva lanciato l’appello per “politiche economiche concrete che siano incentrate sulla persona e che possano promuovere un mercato ed una società più umani”. Un’economia a misura d’uomo, che pensi all’aspetto umano e alla sua salute. Un’accelerazione sullo sviluppo sostenibile, macrodefinizione che abbraccia i 17 Obiettivi (Sdgs) fissati dalle Nazioni Unite. E in cui ogni punto è legato all’altro. Perché all’ambiente è connesso la salute, che a sua volta è collegato al contrasto alla povertà e alla promozione dei diritti umani. In una catena virtuosa. Con una stella polare: l’impegno a garantire l’esistenza del pianeta, messa a rischio dalla disattenzione all’ambiente. E quindi all’emergenza climatica.

Senza la tutela e l’integrazione degli “ultimi” non c’è sviluppo sostenibile

SDGs_icons sviluppo sostenibile

L’Agenda 2030 dell’ONU mette al centro i più deboli della società. In modo particolare con i GOALS 1,2,4,5, 8,10 e 11 promuove la tutela e la crescita interiore e materiale dei più deboli quali elementi essenziali di un riequilibrio generale senza il quale non può esserci sviluppo sostenibile. L’enciclica “Laudato sì” abbraccia questo aspetto a 360 gradi, individuando alcune delle principali cause di disparità e discriminazione degli “ultimi” in una sorta di furia incontrollata della crescita dei centri urbani, del progresso tecnologico e del vorace sfruttamento intensivo dell’ambiente.

I numeri e gli effetti della povertà nel mondo

Attualmente quasi 13% della popolazione mondiale vive con meno di 1,90 dollari al giorno. Ben 750 milioni di persone non ha cibo a sufficienza per sopravvivere. Questi poveri del terzo millennio sono distribuiti in tutto il mondo, anche se è possibile individuare alcune aree più disagiate. Queste sono sono l’Africa Subsahariana (42,7%), l’Asia meridionale (18,8%), l’Asia orientale e zona del Pacifico (7,2%), l’America Latina e Caraibi (5,6%). Ma anche l’Occidente presenta sacche di povertà assoluta in crescita. Una situazione che la pandemia sta ulteriormente aggravando.

Per tutti costoro l’accesso alle nuove tecnologie e più in generale ai frutti del progresso tecnologico è sostanzialmente precluso. Sia per gli ostacoli economici sia per l’impossibilità di accedere a una adeguata formazione. Questo dislivello di opportunità aumenta il divario sociale tra gli ultimi e i più fortunati. Questa sorta di muro sociale aumenta ulteriormente in altezza a causa di una programmazione urbanistica che tiene conto solo delle esigenze dei più fortunati. Il mondo è costellato di città e di centri rurali dove il divario sociale viene plasticamente rappresentato dalla netta divisione fra i quartieri residenziali dei cittadini ricchi o benestanti.

Nei primi si hanno servizi, spazi verdi e soprattutto spazio vitale dove condurre un’esistenza degna di questo nome. Diversamente, i quartieri popolari sono dei dormitori dove mancano servizi e dove le persone si trovano a convivere in una situazione di eccessivo affollamento. Un contesto dove viene meno il diritto alla salute e alla crescita personale. E laddove alla povertà si aggiunge il rischio per la propria vita dovuto a qualche conflitto in corso, ecco che l’unica via d’uscita è rappresentata dall’emigrazione. L’Unhcr ha stimato in oltre 70 milioni il numero di persone che a gennaio 2019 risultava “in fuga da persecuzioni etniche e religiose, violenze, quali conseguenza di una sistematica violazione dei diritti umani dovuta a conflitti civili e guerre”.

Stefano Iannaccone
Eduardo Lubrano
Mauro Pasquini

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