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La guerra e la fame, la tragedia del Sud Sudan

Otto anni di indipendenza, ma senza alcuna possibilità di festeggiare l’anniversario.

Il Sud Sudan, infatti, non ha celebrato la nascita dello Stato, avvenuta il 9 luglio del 2011, perché la situazione nel Paese resta molto difficile dopo una lunga guerra civile. La tregua regge a fatica, tanto che in molte aree ci sono ancora violenze e scontri “non ufficiali”. E intanto la situazione economica è disastrosa. I numeri aiutano a capire quanto sia grave la questione: il conflitto ha provocato almeno 400mila vittime accertate, mentre gli sfollati sono quasi 2 milioni di persone. E come è immaginabile, il conflitto ha ulteriormente impoverito il Sud Sudan: oltre 6 milioni di cittadini affrontano condizioni giudicate di “fame estrema”, secondo la ricerca Ipc realizzata in collaborazione con l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite (Fao), il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) e il Programma alimentare mondiale. In pratica si parla della metà della popolazione, visto che il Paese conta circa 12 milioni e mezzo di abitanti.

La guerra in Sud Sudan è una guerra trascurata,

Una guerranon è conosciuta, non appare mai in primo piano nel sistema mediatico internazionale. Non è una guerra dimenticata, piuttosto preferirei usare l’espressione trascurata”, ha spiegato Arnauld Akodjenou, consulente speciale dell’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr) in Sud Sudan, nei giorni della tregua raggiunta giugno dello scorso anno. Con uno scenario del genere era impensabile poter festeggiare la ricorrenza dell’autonomia, ottenuta dal Sudan con un referendum arrivato al termine di una guerra lunga oltre 20 anni con il regime di Khartoum.

Il presidente Salva Kiir

Le origini della guerra in Sud Sudan

La gioia per l’indipendenza dal Sudan è durata pochi anni. Perché il Paese ha dovuto fare i conti con nuove tensioni, sfociate nella guerra civile. Nel dicembre 2013, il presidente Salva Kiir ha denunciato un tentativo di colpo di Stato ordito – a suo dire – dal vicepresidente Riek Machar, estromettendolo dal governo. Il problema non era solo politico: Kiir è di etnia Dinka (quella più presente nel Paese), mentre Machar è appartenente all’etnia Neuer, la seconda più grande del Sud Sudan.

Da sempre le comunità Dinka e Neur vivono scontri, talvolta anche legati al possesso dei terreni da coltivare, in una guerra tra poveri perché c’è sempre stata la necessità di poter avere risorse naturali (su tutte l’acqua). Dunque, dopo la costruzione dello Stato sono deflagrate del tutto. Così dalla fine del 2013 ci sono stati gli scontri tra le due fazioni in un crescendo di violenza che ha coinvolto inevitabilmente altri gruppi etnici, costretti a scegliere le alleanze con i Dinka o Neur.

Una tendopoli di rifugiati in Sud Sudan

La tregua della guerra in Sud Sudan

La guerra civile ha avuto alcuni momenti di tregua, il primo più consistente è arrivato nell’agosto del 2015 dopo i colloqui di pace in Etiopia. L’accordo prevedeva l’invio di oltre mille uomini dell’Unmiss, la missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan, nella capitale Juba. Nell’aprile del 2016 il processo di pacificazione ha compiuto un passo in avanti importante con la nuova nomina di Machar come vice di Kiir. Tuttavia, le tensioni non sono mai state sopite e a giugno 2016 sono ricominciati gli scontri con la denuncia di numerosi massacri. La guerra era ripresa.

Solo due anni dopo, nel giugno del 2018, c’è stata una nuova intesa per un’altra tregua, siglata a Khartoum, e un successivo trattato di pace firmato a settembre ad Addis Abeba. La situazione, però, rischia di complicarsi nuovamente: la road map prevedeva un governo transitorio di 8 mesi, presieduto da Kiir. Ma alla scadenza di maggio c’è stata una proroga, mentre sono giunte nuove rivelazioni su scontri nel Paese sempre più flagellato da una carestia.

Il progetto dell’Undp in Sud Sudan

Per cercare di favorire un complicato ritorno alla normalità, l’Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, ha avviato un’iniziativa per il reinserimento delle persone detenute. Grazie all’impegno del servizio carcerario nazionale e i finanziamenti dei Paesi Bassi, è stato istituito un centro di formazione professionale nel carcere di Juba. Dal 2016, oltre 100 detenuti si sono laureati e sono stati rilasciati, avendo acquisito un’adeguata formazione. Sono molti i ragazzi che ritengono di aver subito un’ingiusta detenzione, ma che comunque stanno avendo una seconda possibilità di vita. In un Paese che ne offre davvero poche.

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