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Spreco e stravizio: il rito delle “festilenze”

Alla fine, anche gli avanzi degli avanzi del pranzo di Natale sono finiti, o forse no. Ma con il pranzo di S.Stefano si chiude ufficialmente il primo round delle “festilenze”, il lungo rito social-culinario che come un fiume in piena trascina con sé tutto il resto: addobbi, regali, presepe, parenti e digestivi. Sulle nostre tavole sono stati serviti pietanze e vivande per quasi 2,4 miliardi di euro. Di tutta questa abbondanza, circa 140 milioni sono transitati direttamente dalla tavola alla pattumiera senza passare per la digestione.

E se tutto questo aveva un senso 100, 200, 300 anni fa e anche di più, quando a mangiare tutti i giorni erano in pochi, anzi pochissimi, allora i pranzi delle festività erano una occasione alimentare e una social. Pensate che nelle valli del Trentino fino a 50 anni fa il pasto di una famiglia era una “collinetta” di polenta di storo sormontata da una salciccia appesa ad uno spago che ogni commensale faceva strusciare sulla sua scodella di polenta “per darghe savor” Ora questo inutile e insano rito collettivo figlio di una tradizione di povertà contadina e di servitù della gleba praticamente scomporsi, viene riportato in auge da un marketing ottuso e da aziende qualche volta truffaldine. Starebbe a noi non caderci ed invece……….

Diete, moderazione e buoni propositi sono per ora rimandati a dopo l’Epifania. Ora infatti bisogna prepararsi alle grandi sfide imminenti: il cenone di fine anno, il pranzo di Capodanno per i “sopravvissuti”, e la stessa “Befana” , che tra calze e calzini da riempire di dolciumi, più che un congedo dall’opulenza alimentare è vissuta piuttosto come l’ultima occasione per concedersi un altro po’ di eccessi, prima di tornare all’ordinario tran tran quotidiano.

Tutto bello e rispettoso della consuetudine. Meno bello se pensiamo che nel nostro Paese ci sono “22 milioni di cittadini in sovrappeso e 6 milioni di persone con obesità”. L’obesità, poi, è un killer che minaccia soprattutto le giovanissime generazioni. In Italia, infatti, l’obesità infantile è triplicata negli ultimi quarant’anni.

Ma oltre all’aspetto medico-sanitario, con relativi costi a carico della collettività, in questa corsa sfrenata all’indegestione sta emergendo da qualche tempo un preoccupante elemento psico-sociale: la “selfite alimentare acuta”. Valanghe di immagini di primi e secondi piatti, dolci e delizie varie, intasano i social tutto l’anno. Quando arrivano le feste la ressa è tale che si ingrassa solo aprendo facebook o twitter.

Segno tristissimo dei tempi. La smania di conferme da parte degli altri, sconosciuti inclusi. Dietro quelle foto l’implicita domanda: “vedete gente, faccio o non faccio anch’io una vita almeno un po’ interessante?”. La normalità promossa a status symbol da sfoggiare è il sintomo definitivo del terreno sotto i piedi che stiamo sentendo andare via, inesorabilmente. Ridiamoci, anzi, mangiamoci su.

Red

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