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Specie aliene e plastica nei nostri mari

Franco Andaloro, esponente del Comitato Scientifico di Slow Fish ci ha raccontato che:« la bioinvasione nel Mediterraneo è in costante aumento e, per quanto riguarda le specie provenienti dal Mar Rosso, il cambiamento climatico ha avuto un effetto determinante, sia attraverso la modifica delle correnti, che hanno consentito l’arrivo di queste specie dai mari orientali, sia rendendo l’ambiente più favorevole a specie tropicali»  Che aggiunge:” Quindi se da un lato si riducono le specie introdotte volontariamente dall’uomo con l’acquacoltura, dall’altro aumenta la migrazione di quelle che arrivano attraverso il canale di Suez. La conservazione dell’ambiente è essenziale in quanto si è evidenziato che le specie aliene sono meno presenti in ambienti sani e protetti». Un tema, questo, analizzato anche all’interno del programma di Slow Fish, dove cuochi e pescatori si confrontano e raccontano come stanno cercando di trasformare un problema in una risorsa. «È infatti importante un loro utilizzo alimentare per limitarne la diffusione», conclude Andaloro.

Ne abbiamo parlato durante Slow Fish, fino a domenica 12 maggio,  la manifestazione internazionale dedicata al pesce e alle risorse del mare, organizzata da Slow Food e Regione Liguria con il patrocinio del Ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, del Comune di Genova e con il sostegno della Camera di Commercio di Genova

Grazie al monitoraggio effettuato e presentato a Genova, è possibile avere una prima base di riferimento sulla quantità dei rifiuti marini. Tra le aree, monitorate due volte l’anno, troviamo le spiagge, le stazioni di profondità, la superficie marina e gli esemplari di tartarughe spiaggiate e successivamente analizzate. «Ne
emerge un quadro significativo –  commenta Silvio Greco, presidente del Comitato Scientifico di Slow Fish  –   con una media di 777 rifiuti spiaggiati ogni 100 metri lineari. La plastica, comprese incluse bottiglie, sacchetti, cassette in polistirolo, lenze da pesca in nylon, emerge come il materiale più abbondante con una percentuale dell’80%». Tra i 10 e gli 800 metri di profondità la media degli oggetti per km quadrato passa da 66 e 99: anche qui la plastica è il materiale predominante con il 77%, rappresentata da buste, involucri per alimenti e attrezzi da pesca.

«Significativa soprattutto la densità dei microrifiuti plastici inferiori ai 5 mm ritrovati sulla superficie marina, che è di 179.023 particelle per km quadrato» continua Greco. «Questo ci fa riflettere soprattutto sull’incuria che abbiamo avuto nei confronti del mare in passato, perché queste particelle sono il risultato della frammentazione di tutto ciò che abbiamo gettato indiscriminatamente pensando che il mare fosse la nostra discarica naturale».

I tempi di degradazione in mare per le bottiglie di plastica sono di circa 500-1000 anni, mentre i bastoncini cotonati ci mettono 20-30 anni e 10-20 anni servono per le buste di plastica. Questi rifiuti hanno conseguenze sullo stato della biodiversità marina, pesci e tartarughe in primis. Dall’analisi di 150 esemplari di tartarughe Caretta caretta spiaggiate è emerso che il 68% presentava plastica ingerita.

«Diversamente da quanto atteso, l’80% dei rifiuti plastici spiaggiati censiti nelle spiagge risulta derivare dai fiumi, mentre il 20% è scaricato direttamente in mare. Dato, questo, che dovrebbe farci riflettere in merito al fatto che la cura dei mari comincia dai nostri comportamenti a terra» chiude Greco.

In ambito biologico animale e vegetale, si definiscono specie aliene, quelle trasportate dall’uomo in modo volontario o accidentale al di fuori della loro area d’origine. Partendo da questa definizione gli scienziati di questo campo hanno stabilito che a far data al 2018, sono state calcolate 263 specie non indigene, aliene appunto, nelle acque italiane, di cui il 68% ha ormai consolidato popolazioni stabili lungo le nostre coste.

Dunque, specie aliene e plastica si stanno impadronendo dei nostri mari, stanno occuoando le reti dei nostri pescatori e sono diventati un pericolo per quei pesci o quei mammiferi che mangiano le micro-plastiche. Sarebbe ora di uscire dalle sale dei convengni o dalle aule universitarie per affrontare concretamente i problemi. Facciamo fatti. Basta parole.

 

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