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Sostenibilità: difficile, impossibile o costosa?II^parte

Sostenibilità: difficile, impossibile o costosa? E’ la domanda nella quale siamo partiti per entrare concretamente dentro questo concetto di cui tutti oggi ci parlano invitandoci ad essere sostenibili. Nella I^parte di questa inchiesta abbiamo posto le basi per capire se per un cittadino medio italiano, per una famiglia media, vivere secondo i concetti dello sviluppo sostenibile sia possibile. Il primo ragionamento che abbiamo fatto è stato sul cibo. Qui affrontiamo gli altri aspetti della quotidianità.

I trasporti. Ogni pubblicità di automobili che passa in tv, su internet, nei cartelloni per strada ci racconta delle auto elettriche, ibride e quant’altro di sostenibile che ci guideranno verso un mondo pulito. Ovviamente la pubblicità non dice ciò che tutti quelli che vanno a comprare un auto elettrica scoprono in quel momento e cioè che sono ancora molto, molto care. Fatte salve quelle davvero di bassa fascia – con rendimenti non tali da “pulire il mondo” – si parte dei 18 mila euro per un modello base per salire fino a…..quel che si vuole. Il costo di una ricarica di un’auto elettrica varia dagli 8 ai 45 euro e la media è di 4 euro ogni 100 chilometri. Certo è il futuro, ma per adesso solo per pochissimi. Il vero nodo di svolta è quello del trasporto pubblico. Ma qui la politica sembra sentirci poco se non a livello locale ed a spizzichi e bocconi.

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L’abbigliamento

Anche vestirsi in modo sostenibile – ed Impakter Italia sulla moda sostenibile ha scritto da sempre –  e quindi rispettando i principi di un’economia attenta al sociale ed alle questioni dell’ambiente, costa un po’ di più. Perché?

Un passo indietro che vale per tutti i prodotti e dunque per il cibo, le auto, l’energia e quant’altro possiamo trasformare in sostenibile: il prezzo si ottiene mettendo insieme i costi delle materie prime, la lavorazione, le rifiniture, il confezionamento, l’imballaggio, la distribuzione. E – in modo molto importante per i prodotti sostenibili – la ricerca.

Applicando questi criteri alla moda ecco la risposta del perché ancora i vestiti improntati alla sostenibilità costano più degli altri. La lavorazione della pelle in Italia ha regole molto più severe di altri paesi; i tessuti prodotti cercando di impattare il meno possibile sull’ambiente costano di più di quelli tradizionali. La produzione in Italia o in paesi europei significa rispettare i contratti nazionali del settore a differenza di quanto accade in altri paesi lontani da noi. Dove le condizioni di lavoro sono vicine allo schiavismo. E da noi c’è manodopera specializzata e qualificata che va giustamente pagata.

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I rifiuti. Produrne meno e smaltirli correttamente è la base per contribuire in modo individuale non solo ad un maggior decoro del territorio ma anche alla produzione di Co2. E su questo – sulla raccolta dei rifiuti in –  in Italia siamo messi abbastanza bene, non benissimo, perché la raccolta differenziata è entrata a far parte di quelle abitudini quotidiane di tutti noi, o quasi, diciamo in larghissima parte. Poi c’è il problema dello smaltimento a livello nazionale ma quello non riguarda direttamente il singolo.

Infine – ma è stato presente in tutto quello sin qui esposto – la questione dell’energia. Una famiglia italiana media di 4 persone spende circa 300 euro all’anno di bolletta elettrica.  Bisogna utilizzarne meno, in modo diverso in attesa che le energie rinnovabili entrino definitivamente a regime. Per adesso tutte le accortezze che sappiamo di dover mettere in atto ogni giorno ci aiutano a risparmiare (dalla programmazione degli elettrodomestici alle lampadine a basso consumo) ma ancora una volta il vero risparmio “sostenibile” passa per le grandi scelte nazionali ed internazionali. Che costano.

Ecco il vero punto: la transizione – altra parola molto in voga in questi mesi – verso lo sviluppo sostenibile vuol dire nella maggior parte dei casi riconversione delle aziende, delle fabbriche, del lavoro anche artigianale. E questo ha un prezzo che per adesso è difficilmente sostenibile. Anzi, meglio, non del tutto assimilato e messo definitivamente nell’agenda operativa da chi deve prendere le decisioni.

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