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Smart working: benefici e rischi connessi al lavoro agile

Prima della pandemia di Covid-19 le persone che lavoravano in modalità smart  working in Italia erano circa 570.000, secondo gli Osservatori del Politecnico di Milano. Con la necessità del lockdown, il lavoro agile si è diffuso in modo preponderante anche nel nostro Paese, facendo aumentare il numero delle persone che lavorano da casa. Ciò ha portato a diverse conseguenze positive, ma anche a dei rischi.

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Telelavoro e smart working: facciamo chiarezza

Telelavoro, remote working, home working, smart working: una serie di termini nuovi ha fatto la sua comparsa nel vocabolario di questi tempi a partire soprattutto da marzo, quando la maggior parte dei lavoratori di tipo impiegatizio ha dovuto spostare il proprio ufficio nel salotto di casa. Ma questi termini non hanno tutti lo stesso significato.

Per telelavoro o remote working si intende l’espletazione delle mansioni che si sarebbero svolte in ufficio in un luogo diverso: un bar, un coworking o semplicemente a casa (home working). Gli orari di lavoro e la presenza richiesta al lavoratore non subiscono modifiche: se in ufficio si iniziava a lavorare alle 9 così sarà da remoto, anche con l’ausilio di piattaforme online dedicate. Con il telelavoro i dipendenti non devono spostarsi, ma hanno comunque delle spese: riscaldamento o aria condizionata, elettricità, connessione internet, prima a carico dell’azienda, ora sono completamente di pertinenza del lavoratore, tanto che si è proposto anche un aumento di stipendio proprio per andare a compensare questi costi, così come per l’inutilizzo dei buoni pasto.

Lo smart working invece segue un’altra filosofia. In questo tipo di organizzazione, normata in Italia dalla legge 81/2017, non contano le ore lavorate bensì la performance, somigliando molto al lavoro di un libero professionista. Un dipendente in smart working ha quindi la possibilità di svolgere i propri compiti in modo smart, così da massimizzare le performance e arrivare al risultato richiesto senza obblighi di orari. Durante il primo lockdown, e anche in questo momento di lockdown “soft” e localizzati, per i dipendenti aziendali e della pubblica amministrazione si è quindi parlato, almeno in parte, in modo improprio di smart working, in quanto la presenza oraria richiesta era in molti casi la stessa che sarebbe stata richiesta in ufficio. Semplicemente, il lavoratore si trovava fisicamente in un luogo diverso.

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Benefici dello smart working: riduzione di inquinamento e miglioramento della qualità dell’aria

Lavorare da remoto durante le chiusure generalizzate volute dal Governo per arginare la pandemia vuol dire sostanzialmente lavorare da casa: niente coworking, bar o luoghi alternativi. Ciò significa che il tempo per gli spostamenti casa-lavoro viene azzerato, così come l’uso di mezzi di trasporto pubblici e privati. Questo ha contribuito a provocare durante il primo lockdown un calo delle emissioni inquinanti. I dati del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) di questa primavera mostrano che durante quei mesi si sono registrate tra il 40% e il 50% in meno di emissioni di biossido di azoto (NO2) in Pianura Padana. Anche il recente report di ASVIS L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile segnala come lo smart working contribuisca, grazie alla minore mobilità delle persone, a una migliore qualità dell’aria e alla salvaguardia dell’ambiente.

I rischi connessi allo smart working: la parità di genere

Il report di ASVIS segnala anche i rischi connessi al cosiddetto lavoro agile. Uno di questi è l’aumento della disuguaglianza di genere all’interno delle mura domestiche. Secondo i risultati di uno studio di ValoreD condotto su 1300 lavoratori e lavoratrici, una donna su tre ha lavorato più di prima durante il lockdown, mentre per gli uomini il rapporto è di uno su cinque. Le donne farebbero anche più fatica a conciliare lavoro e vita domestica. Uno studio dell’Economist afferma che per le madri il lavoro da casa è in molti casi un aiuto significativo per la loro produttività e il loro benessere, ma al tempo stesso il report riconosce anche che sono le donne più degli uomini a essere distratte dalle mansioni lavorative per espletare attività domestiche e prendersi cura dei figli. Ciò fa sì che uno dei rischi connessi al lavoro da casa possa andare a scontrarsi con il raggiungimento della parità di genere, Obiettivo 5 dell’agenda 2030.

 

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