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Guerra in Siria

Siria: nove anni di guerra e milioni di bambini in pericolo

Nove anni di guerra in Siria. Con un bilancio drammatico per i bambini: almeno 9mila sono morti o i feriti, mentre 5mila sono stati reclutati per i combattimenti delle fazioni in campo e oltre 500mila sono stati sfollati sono dall’1 dicembre scorso. E c’è un’intera generazione, circa 5 milioni di bambini, nata negli anni del conflitto. Per loro la guerra è una tragica “normalità”.

Metà degli ospedali inagibili

Una situazione drammatica, riportata dall’Unicef, proprio nei giorni in cui arriva l’anniversario dell’inizio del conflitto. Con un’ulteriore aggravante: i dati sono raccolti a partire dal 2014, quindi c’è un buco negli anni precedenti. Quelli in cui la guerra era in una fase iniziale, quando si sono consumate atrocità anche sui civili, senza la possibilità di conoscerle. Di sicuro, però, la metà degli ospedali non è oggi accessibile. Per questo l’agenzia per l’infanzia dell’Onu ha ribadito la necessità di “smettere di colpire scuole e ospedali” nonché di non “uccidere e mutilare i bambini”.

La tragedia dei siriani non conosce fine, non solo per i più piccoli. Secondo quanto denunciato dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Geir Pedersen, la metà della popolazione (9 milioni di persone) ha lasciato le case dall’inizio della guerra civile. Costretta a essere sfollata. “Centinaia di migliaia di siriani, uomini e donne, hanno perso la vita. Centinaia di migliaia sono stati arrestati, rapiti o finiti tra i dispersi. Le violazioni dei diritti umani, i crimini, la distruzione e la miseria hanno avuto luogo su scala monumentale”, ha affermato Pedersen. Dall’Onu, dunque, arriva un appello alla ripresa del confronto diplomatico per arrivare a una pace duratura, che al momento resta un miraggio.

Siria: una generazione nata nella guerra

L’allarme per i diritti umani riguarda da vicinissimo l’infanzia negata. “Mentre il conflitto entra nel suo decimo anno, milioni di bambini stanno entrando nella loro seconda decade di vita circondati da guerre, violenza, morte e sfollamenti. Il bisogno di pace non è mai stato più urgente”, ha sottolineato la direttrice generale dell’Unicef, Henrietta Fore.

Il bilancio dal 2014 parla infatti di oltre 5mila bambini uccisi o feriti durante e di almeno mille edifici scolastici sono finiti sotto le bombe, rendendole inutilizzabili. Secondo le stime due scuole su cinque sono seriamente danneggiate. Di conseguenza almeno 2 milioni e mezzo di bambini non hanno potuto avere accesso all’istruzione. I programmi dell’Unicef hanno almeno garantito a milioni di siriani un’assistenza igienico sanitaria, l’approvvigionamento di cibo e acqua sicuri, un sostegno psicosociale e una forma di istruzione. Ma per portare avanti il tutto occorrono 682 milioni di dollari. Ma i finanziamenti sono limitati.

Henrietta Fore direttrice dell’Unicef

La guerra e gli obiettivi di Assad

Il presidente siriano Bashar Assad ha intenzione di riprendere il totale controllo del Paese, conquistando le ultime aree controllate dai ribelli. Per questo motivo punta alla ripresa di Idlib, dove però si è aperto uno scontro più ampio tra Russia e Turchia (fino alla tregua siglata qualche giorno fa). Il leader del regime vuole presentarsi ai siriani come l’uomo che ha sconfitto i terroristi, sedendosi all’eventuale trattativa per la pace con un ruolo di primo piano. Senza cedere alle richieste di una controparte, sempre più indebolita. Di fatto un modo per conservare il potere assoluto.

Una strategia pianificata in accordo con gli alleati sciiti, in particolare l’Iran, che peraltro sta vivendo un momento delicato dopo la perdita del comandante Soleimani, vero architetto della politica estera di Teheran, e con l’epidemia di Coronavirus. Ma anche per questo motivo si pone l’intento di conservare e rafforzare la sfera di influenza su Damasco, trovando un punto di mediazione con la Russia di Vladimir Putin, altro prezioso alleato di Assad. D’altra parte, però, la Turchia di Erdogan non vuole fare concessioni, temendo un riconoscimento ai curdi dopo le battaglie decisive combattute contro l’Isis. 

Come è nata la guerra in Siria, nove anni fa

Il capo del regime siriano Assad a colloquio con il presidente russo Putin

Sembra un secolo fa, tanto che quasi non si ricorda più come sia scoppiata la guerra in Siria. Le prime proteste arrivarono sull’onda della Primavera araba, con le città meridionale di Dar’a epicentro delle manifestazioni anti-regime. I movimenti di opposizione, tuttavia, attecchirono in tutto il Paese, toccando Damasco, ma con Aleppo assurta a città simbolo della guerra. Tanto che negli anni successivi, nel 2016, è stato al centro di un assedio che ha stremato la popolazione civile. La guerra in Siria, quindi, va avanti dal 2011. Inizialmente sulla scena c’erano i ribelli cosiddetti “laici”, dell’esercito siriano libero, contro le truppe governative. Successivamente, però, hanno assunto un ruolo centrale le milizie jihadiste, la branca siriana di Al Qaeda, il Fronte al Nusra, e soprattutto l’Isis. Proprio i combattenti del Califfo avevano stabilito la loro “capitale” a Raqqa, città a Nord della Siria.

La sconfitta militare dell’Isis è stata determinata dall’offensiva dei curdi, appoggiati dagli Stati Uniti (prima di essere abbandonati al loro destino). A loro si deve proprio la presa di Raqqa, l’ultimo colpo assestato all’organizzazione dell’ex Califfo al-Baghdadi. La successiva avanzata dell’esercito di Assad, sostenuto dagli Hezbollah libanese, da paramilitari iraniani e dall’aviazione russa, non ha posto termine alla guerra civile. Anzi, la situazione è addirittura peggiorata con la resistenza dei ribelli in alcune aree, prima Aleppo e ora Idlib, a causa del supporto fornito dai turchi. Ankara non ha intenzione di cedere ad altre potenze della regione il controllo della Siria. Temendo, peraltro, l’ulteriore possibilità di un riconoscimento ai curdi e volendo sfruttare la totale assenza dell’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, nello scacchiere siriano.

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