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Giuseppe Conte governo recovery

Senza Giustizia non c’è il Pnrr: l’insostenibile sfida di Conte

Senza Giustizia non si vedono soldi dall’Europa. Un vecchio adagio, leggermente riadattato, che rende l’idea dell’importanza della partita. La riforma è un punto imprescindibile per ottenere i fondi europei necessari all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Lo sanno tutti, non certo solo il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Tanto che lo ha ribadito durante il cdm di ieri in cui è stato discusso, e licenziato, il provvedimento firmato dalla ministra Marta Cartabia. Ed è un concetto noto anche a Giuseppe Conte, che pure si è battuto meritoriamente per ottenere le risorse dall’Ue. 

Il lato sostenibile della Giustizia

La velocizzazione dei processi significa la garanzia di un buon funzionamento del meccanismo della Giustizia. Non è un capriccio, bensì un caposaldo della democrazia. Sembra quasi un azzardo, ma si tratta di un elemento importante per garantire uno sviluppo effettivamente sostenibile. È una questione che attiene alla sfera dei diritti. E, come insegna l’Onu con i 17 Sdgs, i diritti sono un elemento imprescindibile per la sostenibilità nel senso più ampio. La Repubblica italiana non può più reggere disfunzioni così imponenti, che peraltro impattano in maniera diretta la vita dei cittadini.

I 17 obiettivi fissati dall’Onu

C’è poi un aspetto economico, altrettanto rilevante: una buona Giustizia è anche una garanzia per gli investitori, la certezza di non finire stritolati nella maglie di una macchina inefficiente. Anche in questa ottica rientra il discorso della sostenibilità. Perché la riconversione produttiva, il complesso della ormai ben nota transizione ecologica, richiede l’impegno cospicuo di risorse, senza incorrere nel rischio di incagliarsi in interminabili diatribe legali in Tribunali. Dai tempi infiniti.

Cosa ci ha insegnato la pandemia

Ecco dinanzi a tutto questo, è innegabile che occorra un intervento sulla Giustizia italiana, che è lenta per antonomasia. Eppure sul testo della riforma c’è stato un braccio di ferro che ha fatto addirittura traballare l’impianto dell’esecutivo, secondo quanto raccontato dalle cronache. In un passaggio così delicato per il Paese, che sta tentando di uscire dalla fase più acuta della pandemia e delle chiusure, si è arrivati al limite del punto di rottura. Con conseguenze difficili da preveder in termini di credibilità internazionale. È stata la prima volta in cui, per qualche ora, è stata ipotizzata la crisi. Perché la spaccatura con il Movimento 5 Stelle non sarebbe stata una passeggiata: nonostante tutti i problemi interni, resta pur sempre la prima forza parlamentare. E in democrazia questo è un fatto importante. 

La battaglia di principio sulla prescrizione è diventata uno strumento di lotta politica, sempre legittima, ma che sembra non collimare più con lo spirito dei tempi. Una qualità che va sicuramente riconosciuta a Conte. Questa legislatura, nata sotto la stella della furia populista, ha assunto un’impronta decisamente europeista e razionale. E non ce lo ha imposto l’Europa, ma una pandemia. E l’ex presidente del Consiglio ne è stato un testimone diretto…

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