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Semafori marittimi, tra archeologia e memoria

Semafori marittimi. Nell’oblio dell’archeologia tecnologica italiana occupano un posto di rilievo per importanza e bellezza. ma cosa sono? E a che cosa servivano?

La parola semaforo ci richiama alla mente il traffico urbano, il frastuono dei clacson, l’angusta frenesia della quotidianità cittadina. Nulla di più lontano dalla silenziosa solitudine di una struttura costruita su un rilievo costiero, da cui la vista spazia per chilometri sul mare. Eppure, anche queste suggestive costruzioni si chiamano semafori, semafori marittimi. E hanno questo nome perché come i semafori delle nostre strade, hanno il compito di regolare il traffico, in questo caso il traffico navale. Nel nostro paese ne esistono moltissimi. In gran parte sono stati costruiti dalla Regia Marina tra la metà del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo. Ma ne esistono diversi più antichi. A differenza dei fari, la cui funzione e la sola segnalazione, i semafori erano deputati alla comunicazione con le imbarcazioni. Questa veniva realizzata mediante l’impiego di una variegata gamma di segnali con aste e soprattutto bandiere.

Semafori marittimi tra archeologia tecnologica e memoria

La carica simbolica dei semafori marittimi non sta solo nella loro suggestiva collocazione o nel paesaggio che di solito li circonda, ma anche nel loro essere il prodotto dell’ingegno umano e al contempo testimoni di piccoli e grandi eventi storici, piccole e grandi tragedie del mare. Come il naufragio della fregata francese Sémillante. Avvenne il 15 febbraio del 1855 a causa di una tempesta, nei pressi delle Bocche di Bonifacio, un tratto di mare particolarmente insidioso.

Foto: artg55

Trovarono la morte 695 persone. Nessun superstite. Questo fu un evento decisivo per la storia dei semafori marittimi e più in generale della navigazione nel Mediterraneo. Stati e regni del Mare nostrum sentirono l’urgenza di fare fronte comune. Fu organizzato un servizio di soccorso navale costiero e una rete di postazioni per la segnalazioni da terra, coordinati a livello internazionale. In questo contesto, di lì a poco fu costruito il glorioso Semaforo di Punta Falcone, oggi in totale abbandono.

Qual era la loro funzione

Lo scopo era facilitare le manovre navali in prossimità dei porti e in generale nelle acque costiere.  Ogni combinazione di questi segnali corrispondeva ad una specifica informazione o comando che il semaforo trasmetteva alle imbarcazioni. Era possibile creare più di 78mila combinazioni diverse. Pertanto si trattava di una forma di comunicazione molto articolata e complessa. Questi preziosi strumenti caddero in disuso con l’avvento delle più moderne ed efficaci innovazioni tecnologiche del dopoguerra.

La gloria passata e l’oblio del presente

Ma moltissime di queste strutture sono ancora esistenti, seppure  quasi sempre in uno stato di abbandono e degrado. Il che è un vero peccato, perché oltre alla memoria conservano un fascino struggente. Ma anche in questo caso come in molti altri di cui vi abbiamo parlato, l’inedia delle istituzioni ha avuto la meglio.

E così, i progetti di rivalorizzazione restano spesso solo sulla carta. Altri progrediscono con lentezza. Altri ancora sono del tutto insufficienti a sfruttare a pieno il potenziale di questi siti. I nostri litorali sono costellati di questi esempi monumenti di archeologia tecnologica abbandonata a se stessa.

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