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Nel 2020 c’è ancora la schiavitù: oltre 40 milioni le persone sfruttate

La schiavitù esiste ancora, oggi, con numeri stratosferici. Tanto che, citando le Nazioni Unite, si giunge a una conclusione impensabile: in termini assoluti ci sono più schiavi nel mondo oggi che in qualsiasi altro momento della storia. Oltre quaranta milioni di persone, infatti, vivono in condizione di totale sfruttamento. Circa la metà vive in Asia, ma non è un problema circoscritto: riguarda tutte le aree del mondo e tutte le fasce d’età, dai bambini agli adulti. E soprattutto non è un problema legato solo allo sfruttamento della prostituzione, come si potrebbe immaginare: i moderni schiavi si possono trovare nelle fabbriche, nei cantieri, nei lavori agricoli, nelle attività di pesca. Sono quelli che garantiscono prodotti e cibo, molte volte, agli abitanti dei Paesi più ricchi.

Schiavitù: un business da oltre 150 miliardi di dollari

Insomma, il flagello tocca qualsiasi ambito lavorativo con un giro di affari stimato (dall’Organizzazione internazionale del lavoro, Oil) superiore a 150 miliardi dollari all’anno. Matt Friedman, Ceo di Mekong Club, associazione che si occupa dello sfruttamento sul lavoro, ha rilanciato l’allarme in un articolo pubblicato su impakter.com. La tratta di esseri umani, riguarda “il reclutamento, il trasporto, e lo sfruttamento delle persone attraverso il lavoro”, evidenzia l’esperto.

“La maggior parte delle persone pensa che la tratta di esseri umani si concentri principalmente su donne e ragazze costrette a entrare nell’industria del sesso, ciò rappresenta solo il 25% circa dei casi totali”, scrive Friedman. “Il restante 75% rientra nella categoria lavoro forzato. Da questa cifra, circa il 60% delle vittime è associato a filiere manifatturiere, che iniziano con un coltivatore o un produttore e terminano con un prodotto acquistato dai consumatori nel mercato al dettaglio”, aggiunge il numero uno di Mekong Club.

Pochi schiavi salvati

Il contrasto a questa piaga non ha dato esiti rilevanti: esistono delle storie di successo personale, di riscatto, ma in termini statistici sono pressoché irrilevanti. Il Rapporto sulla tratta di persone del 2019 (Tip) ha individuato 78mile vittime che hanno ricevuto assistenza a livello globale. Nello stesso periodo, ci sono state meno di 7mila condanne. “Ciò significa che meno dello 0,2% delle vittime viene identificato e assistito ogni anno”, rileva Friedman.

Foto da Impakter.com

Come si può affrontare il problema della schiavitù? Gran parte della responsabilità spetta al settore privato, che potrebbe ricavarne dei benefici economici. Sottraendo fette di mercato a chi opera nell’illegalità, calpestando i basilari diritti umani. Le imprese che sfruttano i lavoratori fanno concorrenza sleale. E c’è anche un aspetto di reputazione: “Quando le condizioni della tratta di esseri umani si trovano in un determinato settore commerciale, può far sì che  aun intero comparto venga affibbiato una cattiva etichetta”. E non si tratta di una questione secondaria, visto che un crescente numero di consumatori è attento alla sostenibilità non solo ambientale, ma anche in riferimento al rispetto dei diritti.

Come controllare i fenomeni di sfruttamento

Gli strumenti per controllare la filiera di produzione sono numerosi e già a disposizione, a cominciare da un’operazione di audit per verificare le condizioni reali dei lavoratori. Inoltre, è necessario puntare, in particolare per le grandi multinazionali, sulla formazione del personale dei loro fornitori con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza dei diritti e ridurre i casi negativi.

Infine, c’è sempre la leva economica: può essere decisivo il sostegno alle imprese che rispettano i diritti umani nel corso del processo di produzione. Senza trascurare un altro discorso, proposto da Friedman: “Ogni azienda può essere incoraggiata a esplorare modi per utilizzare le proprie capacità, competenze per trovare la soluzione. Per esempio, uno studio legale potrebbe proporre rimedi legali. Una società di comunicazione potrebbe proporre tecnologie e soluzioni IT. E questi contributi aiuterebbero lo sviluppo di approcci nuovi e innovativi”.

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