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Matteo Salvini

Salvini e Meloni, una destra poco sostenibile

“Chi ama la patria tutela l’ambiente”, recitava uno slogan lanciato nei mesi scorsi da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, e sicuramente l’esponente più in crescita della destra italiana. Matteo Salvini, segretario della Lega e aspirante presidente del Consiglio in quota centrodestra, ha invece illustrato una campagna a favore della “trasformazione dei rifiuti in energia pulita e ricchezza”, dicendo “basta discariche e roghi tossici” e promettendo “incentivi per il passaggio all’idrogeno, senza nuove tasse sulla plastica”.

Sembra davvero un bel biglietto di presentazione verde per i sovranisti d’Italia, una posizione che potrebbe prefigurare una reale svolta in materia di ecologia. Eppure, al di là delle dichiarazioni di intenti, l’azione ambientalista e di contrasto all’emergenza climatica non sembra propriamente al centro del progetto politico della destra. Lo dicono i fatti, non certo i pregiudizi.

Meglio Donald di Greta

Greta Thunberg al vertice Onu mentre pronuncia il famoso “how dare you?”

Le perplessità montano di fronte al sostegno al modello economico basato sulle fonti fossili, anteposto al massiccio investimento che occorrerebbe fare sulle rinnovabili. Una posizione lontana dalla richiesta dell’Unione europea, e non solo, che ha descritto le linee guida molto green sul Recovery plan. Tanto per fare un esempio, a destra Greta Thunberg non è stata vista come una paladina anti-global warming. Tutt’altro. Salvini ne ha elogiato l’attivismo, per la giovane età, ma senza condividerne i contenuti. Anzi, altri esponenti leghisti hanno bacchettato la giovane studentessa per aver marinato troppo la scuola. Ignorando la potenza del suo messaggio e gli effetti sulle nuove generazioni. Al contrario l’operato di Donald Trump e di Jair Bolsonaro è stato elogiato a ogni più sospinto. Un implicito plauso alle trivellazioni di aree incontaminate e al disboscamento della foresta amazzonica. In nome di un’economia feroce, che aggredisce le risorse del pianeta senza andare per il sottile.

Per fare una sintesi, magari brutale: meglio i negazionisti alla Donald dell’emergenza climatica rispetto a chi, come Greta, si impegna per evitare la catastrofe. Con queste premesse è lecito avanzare qualche dubbio sulla conversione ecologista della destra italiana. Così come è altrettanto complicato coniugare l’atavico condonismo di matrice berlusconiana, testimoniato dagli anni al governo, con una visione sinceramente ecologista.

La Merkel è lontana…

Insomma, senza voler indugiare negli elogi alla cancelliera tedesca, in Italia non si intravede un leader o un partito come quello di Angela Merkel, capace di diventare potenziale interlocutore dei Verdi in Germania. La sua innovazione non emerge solo quando si parla di ambiente, ma anche quando si tratta di aprire le porte ai rifugiati siriani. Posizioni che in Italia sarebbero accostate alla sinistra radicale, o quasi.

Il punto sul centrodestra italiano è inoltre molto più vasto della questione ambientale. All’orizzonte politico di Salvini, Meloni e Berlusconi, infatti, non pare affatto contemplata l’iniziativa verso il raggiungimento dei 17 Sdgs, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu. La ragione è di fondo: l’Agenda 2030 riguarda anche questioni come la gestione dei flussi migratori, le politiche di accoglienza, il contrasto alle disuguaglianze, l’impegno contro la disparità di genere. Tutte argomenti su cui la destra Made in Italy ha posizioni non propriamente allineate alle indicazioni fornite dalle Nazioni Unite.

Basti volgere lo sguardo all’indietro e pensare alla strategia dei “porti chiusi”, tutta mediatica certo, che però non aveva affatto risolto la questione delle migrazioni. Ma che resta un pilastro nella politica dello sviluppo sostenibile, nell’accezione data dalle Nazioni Unite. 

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