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Ridurre, riusare, riciclare: la ricetta per essere sostenibili

Ridurre, riusare, riciclare: le tre R alla base della sostenibilità e dell’economia circolare, pilastro dello sviluppo sostenibile. Non possiamo più fare a meno di applicare questa semplice formula nella nostra vita quotidiana: le materie prime si sono esaurite, si stanno esaurendo, costano ogni giorno una quantità di denaro insopportabile. La soluzione quindi è già nota e si chiama economia circolare. Prima la pandemia e ora la guerra in Ucraina hanno distolto l’attenzione dalla crisi dell’economia lineare. Eppure la circolarità è anche almeno in parte una risposta a questi fenomeni, purché ci sia la capacità di rimettersi in discussione.

Tutto questo e molto altro, è scritto a chiare lettere nel Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2022giunto alla sua quarta edizione. Lo studio è realizzato dal Circular Economy Network (CEN), rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile assieme a un gruppo di aziende e associazioni di impresa, in collaborazione con Enea, ed è stato presentato nei giorni scorsi. “Le nostre economie sono fragili perché per aspetti strategici dipendono da materie prime localizzate in larga parte in un ristretto gruppo di Paesi –   ha detto Edo Ronchi illustrando il lavoro –  È un nodo che rischia non solo di soffocare la ripresa, ma di destabilizzare l’intera economia con una spirale inflattiva. Ed è qui che l’economia circolare può fare la differenza trovando all’interno del Paese le risorse che è sempre più costoso importare. L’obiettivo che l’Italia si deve porre è raggiungere il disaccoppiamento tra crescita e consumo di risorse”

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@Pixabay – John_Nature_Photos

L’economia circolare in Italia

Tra il 2018 e il 2020 il tasso di circolarità è sceso dal 9,1% all’8,6%. Negli ultimi cinque anni i consumi sono cresciuti di oltre l’8% (superando i 100 miliardi di tonnellate di materia prima utilizzata in un anno), a fronte di un incremento del riutilizzo di appena il 3% (da 8,4 a 8,65 miliardi di tonnellate). La diminuzione dei consumi durante la prima fase della pandemia, nel 2020, è già un ricordo. Così come i buoni propositi: sprechiamo ancora una gran parte dei materiali estratti dagli ecosistemi. Cosa sono gli ecosistemi? Si tratta strutture complesse composta da due parti: la comunità biologica (cioè gli esseri viventi) o parte biotica e la parte abiotica, cioè dell’ambiente fisico.

In questo senso il Vecchio Continente va a velocità molto diverse. In media in Europa nel 2020 sono state consumate circa 13 tonnellate pro capite di materiali. Ma tra le cinque maggiori economie al centro dell’analisi del rapporto del Cen – vale a dire Italia, Francia, Germania, Polonia, Spagna – le differenze sono consistenti: si va dalle 7,4 tonnellate per abitante dell’Italia alle 17,5 della Polonia. La Germania è a quota 13,4 tonnellate, la Francia a 8,1, la Spagna a 10,3.

L’importanza dei materiali riciclati

Nel 2020 per nessuno dei cinque Paesi europei esaminati si è registrato un incremento nella produttività delle risorse. In Europa nel 2020, a parità di potere d’acquisto, per ogni kg di risorse consumate sono stati generati 2,1 euro di PIL. L’Italia è arrivata a 3,5 euro di PIL (il 60% in più rispetto alla media UE).

Il tasso di utilizzo di materia proveniente dal riciclo misura il contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva di materia. Nel 2020, ultimo anno disponibile a livello di dati, il tasso di utilizzo di materia proveniente dal riciclo nell’Unione europea è stato pari al 12,8%. In Italia, sempre nello stesso anno, il valore ha raggiunto il 21,6%, secondo solamente a quello della Francia (22,2%) e di oltre 8 punti percentuali superiore a quello della Germania (13,4%): un risultato che da questo punto di vista ci pone ai vertici europei.

Ed anche la percentuale di riciclo dei rifiuti nel nostro paese ha raggiunto quasi il 68%: qui siamo in presenza addirittura del dato più elevato dell’Unione europea. Tra le cinque economie osservate, l’Italia è quella che al 2018 ha avviato a riciclo la quota maggiore di rifiuti speciali (quelli provenienti da industrie e aziende): circa il 75%.

Ma allora siamo un paese circolare e sostenibile? Calma.

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@Pixabay-RitaE

Qualche notizia meno buona

Fin qui tutto bene o quasi. Al punto anche da far dire a più  di un osservatore che la missione 2 e 3 del Pnrr che riguardano la sostenibilità e l’ambiente, stanno procedendo bene, rispettando gli impegni. Perchè ci sono  settori in cui l’Italia è in netta difficoltà. Uno è il consumo di suolo: nel 2018 nell’Unione europea risultava coperto da superficie artificiale il 4,2% del territorio, mentre l’Italia viaggia al 7,1% (seconda sola alla Germania). Anche per l’ecoinnovazione siamo agli ultimi posti: nel 2021 dal punto di vista degli investimenti in questo settore l’Italia appare al 13° posto nell’Unione europea con un indice pari a 79 (la Germania quasi ci doppia con un indice di 154).

Infine la riparazione dei beni: in Italia nel 2019 oltre 23mila aziende lavoravano alla riparazione di beni elettronici e di altri beni personali (vestiario, calzature, orologi, gioielli, mobilia, ecc.). Siamo dietro alla Francia (oltre 33.700 imprese) e alla Spagna (poco più di 28.300). In questo settore abbiamo perso quasi 5mila aziende (circa il 20%) rispetto al 2010.

Facendo le somme risulta che l’Italia e la Francia sono i Paesi che fanno registrare le migliori performance di circolarità, totalizzando 19 punti ciascuno.  Bisogna nonostante questi buoni punteggi accelerare come è scritto nel rapporto:”Per i metalli ferrosi  il riciclo comporta un impatto stimato tra il 10 e il 38% rispetto a quello derivante dalla produzione del ferro/acciaio da materie prime vergini e tra il 3,5 e il 20% rispetto a quello generato dalla produzione dell’alluminio da materia prima vergine. La maggior parte delle plastiche è riciclabile e il corretto riciclaggio potrebbe comportare una riduzione fino al 90% delle emissioni rispetto a quelle dovute alla produzione di nuova plastica. Le emissioni del settore delle apparecchiature elettriche ed elettroniche potrebbe dimezzarsi se aumentasse il riutilizzo».

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