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Repubblica centroafricana, il difficile cammino verso la pace

Il percorso per la pace in Repubblica centroafricana compie passi in avanti. A fatica, ma ci sono. Certo, non sono ancora sufficienti per parlare di fine della guerra tra la coalizione dell’etnia Seleka, formata da gruppi di musulmani, e le milizie anti-balaka, di ispirazione cristiana e animista. I vertici di Minusca (l’acronimo di missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite nella Repubblica centrafricana) hanno manifestato comunque un cauto ottimismo, in visto delle elezioni che dovrebbero esserci entro il 2020: quello sarà il momento decisivo per comprendere il futuro del Paese flagellato da anni di conflitto tra varie fazioni.

Il cammino è però lastricato di difficoltà, spesso per la mancanza di risorse ma anche per la resistenza di alcuni leader locali. L’accordo di pace siglato a Bangui, capitale della Repubblica centroafricana (per cui si usa l’acronimo Car, ossia Central african Republic), ha rappresentato un passaggio fondamentale. “Nella città di Bossangoa, ad esempio, i civili musulmani sono stati in grado di tornare a casa e muoversi liberamente, per la prima volta dopo le uccisioni su larga scala nel 2013”, ha riferito l’Onu.

La mappa della Repubblica Centroafricana

Breve storia della guerra in Repubblica centroafricana

La guerra civile è iniziata nel dicembre 2012, quando la coalizione musulmana Seleka ha avviato l’offensiva verso la capitale Bangui per rovesciare il presidente François Bozize. Gli attacchi hanno sortito gli effetti sperati: Bozize ha lasciato il Paese, e al suo posto si è insediato il leader dei ribelli, Michel Djotodia. Tuttavia gli scontri non sono cessati con l’intervento degli anti-Balaka, proseguendo un sanguinoso conflitto interreligioso oltre che etnico. “I gruppi armati si sono resi responsabili di uccisioni, tortura e altri maltrattamenti, aggressioni sessuali, rapimenti, arresti, estorsioni e saccheggi, reclutamento e sfruttamento di minori e attacchi contro operatori umanitari e loro strutture; hanno inoltre impedito l’accesso agli aiuti umanitari”, ha denunciato Amnesty International nel rapporto annuale 2017-2018.

Una casa distrutta dalla guerra civile nella Repubblica Centroafricana (Foto: Felix Yepassis-Zembrou)

Una situazione catastrofica in cui è impossibile avere un bilancio attendibile delle vittime, peraltro in un Paese già poverissimo. Negli anni ci sono stati presidenti che hanno sostituito Djotodia per avviare un percorso di pace, ma senza raggiungere l’obiettivo. L’accordo dello scorso febbraio è stato il passo più significativo: le Istituzionali internazionali stanno compiendo gli ultimi sforzi, quelli ancora più importanti, per chiudere definitivamente il conflitto. E avviare una fase di sviluppo sostenibile per la Repubblica centroafricana.

Lo sforzo della missione Minusca

Il ruolo di Minusca, che conta su 13mila uomini messi come forze di garanzia per la pace, si sta rivelando decisivo. “Unità di sicurezza speciali sono state ora collocate nel nord-ovest del paese e il governo ha in programma di spedire unità simili a nord-est e sud-est il più presto possibile. Si prevede che ciò assicurerà il costante un impegno dei gruppi armati nel processo di pace”, ha spiegato Mankeur Ndiaye, capo della missione. Gli sforzi sono concentrati anche sul disarmo e la smobilitazione delle milizie per avviare quel processo di riabilitazione e inserimento nel sistema sociale. L’attesa si sta soffermando in particolare sul lavoro di una commissione insediata per individuare le radici del conflitto con lo scopo di indicare le misure di equità e giustizia necessarie ad abbassare la tensione. “Il piano nazionale per la costruzione della pace e la ripresa – ha aggiunto Ndiaye – ha registrato progressi: con circa 2,4 miliardi di dollari erogati a inizio ottobre, il finanziamento del piano ha raggiunto oltre il 67% del totale, attivando 400 progetti in diversi settori socio-economici finalizzati a fare un miglioramento tangibile nella vita dei cittadini”.

Tuttavia, una pace duratura non c’è ancora. Infatti, nonostante un dimezzamento del numero di violazioni dei diritti umani, ci sono stati attacchi contro civili, violenze sessuale su donne, arresti arbitrari e rapimenti. La situazione più preoccupante si registra nel nord-est della Repubblica da luglio. La lotta tra due gruppi armati, il Movimento dei liberatori dell’Africa centrale per la giustizia (MLCJ) e il Fronte popolare per il Rinascimento dell’Africa centrale (FPRC), ha provocato molte vittime e lo sfollamento di diverse migliaia di persone.

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