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Italia domani Recovery plan

Recovery plan: obiettivo-sostenibilità, ma il timore è il greenwashing

In cinque anni l’Italia dovrà essere in grado di usare oltre 200 miliardi di euro in diversi settori che vanno dall’ambiente al digitale, passando per l’istruzione e la sanità. All’interno del piano ci saranno anche delle riforme, come quelle della giustizia e della Pubblica amministrazione. Nel presentare il Recovery plan presidente del Consiglio, Mario Draghi, aveva dichiarato: “L’Italia deve combinare immaginazione, capacità progettuale e concretezza, per consegnare alle prossime generazioni un paese più moderno, all’interno di un’Europa più forte e solidale”.

Il sito per il Recovery plan

Per questi motivi il governo ha deciso di far nascere il sito “Italia Domani”  italiadomani.gov.it, la piattaforma ufficiale dedicata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che ha come primo obiettivo quello della trasparenza e della condivisione. Nel portale sarà possibile consultare lo stato di avanzamento di ogni investimento e le spese sostenute, consentendo a tutta la cittadinanza di monitorare le informazioni relative ai diversi investimenti.

L’Unione europea ha stanziato 191,5 miliardi di euro per il PNRR italiano grazie a sovvenzioni e prestiti dell’RRF (Recovery and Resilience Facility), il fondo dedicato a contrastare gli effetti della pandemia. L’Italia, a conferma dell’impegno concreto per la ripartenza, integra l’importo con 30,6 miliardi di euro attraverso il Piano Complementare, finanziato direttamente dallo Stato, per un totale di 222,1 miliardi: su queste risorse sono finanziati gli interventi del Piano nazionale per gli investimenti complementari.

Tre punti strategici

Gli assi strategici del piano, a livello di investimento dei fondi, sono stati suddivisi in tre macro aree: transizione digitale (25%), transizione ecologica (37,5%) e mezzogiorno (40%):

  1. Transizione digitale si occuperà di promuovere gli investimenti in tecnologie, infrastrutture e processi digitali, “migliorando la competitività italiana ed europea e l’adattabilità ai cambiamenti dei mercati”
  2. Transizione ecologica si concentrerà sul miglioramento della qualità di vita, di sicurezza ambientale attraverso la riduzione delle emissioni inquinanti, della prevenzione e contrasto dei dissesti del territorio minimizzando l’impatto delle attività produttive sull’ambiente 
  3. Mezzogiorno investimenti per garantire la piena inclusione sociale ed economica “superando le disuguaglianze profonde e promuovendo il riequilibrio territoriale insieme allo sviluppo dell’area del mezzogiorno

In base al regolamento europeo che a febbraio 2021 ha istituito ufficialmente il Recovery and resilience facility, i vari piani nazionali devono poggiare su sei grandi aree di intervento: la transizione verde; la trasformazione digitale; la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva; la coesione sociale e territoriale; la salute e resilienza economica, sociale e istituzionale; e le politiche per le nuove generazioni, l’infanzia e i giovani.

Il Recovery plan nel mondo

Il Recovery plan nel mondo

Pnrr: svolta poco green?

Una della critiche rivolte al Recovery Plan italiano è che sia agli ultimi posti in Europa per percentuali di risorse previste per le iniziative con un reale impatto sull’ambiente. Il nostro paese, infatti, ha destinato ufficialmente alla transizione ecologica solo il 37,5 per cento dei 191,5 miliardi di euro messi a disposizione dall’Ue con il Next generation Eu.

Per leggere questo dato è importante sapere che il finanziamento di progetti “green” è uno dei vincoli che gli Stati membri devono rispettare per accedere ai fondi e, secondo le regole europee, almeno il 37 per cento degli investimenti deve essere dedicato a temi relativi alla transizione ecologica.

Secondo il Green Recovery Tracker, il portale che analizza i diversi Piani di ripresa e resilienza, le misure di risanamento dell’Italia non sono all’altezza del potenziale di transizione verde dei fondi disponibili.

Pnrr Italia

Il Pnrr italiano suddiviso per le 6 missioni individuate

Il Piano e le relative riforme favoriscono le procedure autorizzative per le infrastrutture del gas senza spingere l’elettrificazione degli usi finali di energia. C’è anche il rischio che una quota relativamente elevata dei fondi venga assegnata a progetti (per esempio sul biometano e sull’idrogeno) che sono attribuibili al settore del gas. In alcuni casi, le attività del gas fossile possono accedere direttamente alle risorse di recupero, come per esempio l’inclusione del sostegno alle caldaie a gas negli investimenti di efficienza energetica o il sostegno agli autobus alimentati a gas”, cosa che “rallenterebbe la transizione climatica”.

Recovery plan, squilibrio nelle risorse?

Mentre il piano include investimenti in misure che sono rilevanti per la transizione ecologica, c’è ancora un significativo squilibrio nell’allocazione dei fondi tra i diversi settori e attività. Molti degli investimenti verdi all’interno del piano sono accusati di portare solo un cambiamento incrementale verso un’economia neutrale per il clima (la neutralità climatica rappresenta il punto in cui le emissioni di gas ad effetto non superano la capacità della terra di assorbire tali emissioni. Per raggiungere la neutralità climatica, dobbiamo misurare le nostre emissioni e, conseguentemente, ridurle).

Un piano nazionale di ripresa nato con forti contrapposizioni e difficoltà che continua a far discutere, soprattutto dal punto di vista ambientale e di sostenibilità, per scelte definite “troppo deboli” rispetto agli obiettivi europei.

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