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Parlamento inglese chiuso per Brexit

Che il personaggio fosse pittoresco era un fatto noto. La biografia racconta bene il profilo politico sopra le righe di Boris Johnson, premier britannico, chiamato a chiudere la vicenda Brexit. Quel che non si poteva immaginare era la modalità con cui vuole portare avanti il progetto dell’abbandono all’Unione Europea: con un No Deal e senza alcun dibattito in Parlamento. Il gesto compiuto dal primo ministro è stato scioccante, in un certo senso: ha disposto, con il beneplacito della Regina Elisabetta, la chiusura dell’House of Common, la Camera dei Comuni. Da un punto di vista procedurale ha attivato il sistema della prorogation, la sospensione dei lavori dell’Aula, fino al 14 ottobre, appena 17 giorni prima della ratifica definitiva sulla Brexit. I parlamentari britannici non potranno discutere, in queste cinque settimane, nelle sedi opportune di una delle decisioni più importanti della vita del Paese: l’addio all’Europa.

L’House of Commons

I precedenti: dalla Guerra Civile a John Major

La prorogation è un sistema previsto dalla Costituzione britannica (non scritta) per garantire, soprattutto in passato, alla Regina la possibilità di orientare i lavori parlamentari. La prassi consolidata di oggi è che il sovrano attivi la procedura dopo espressa richiesta del primo ministro, senza che il Parlamento abbia la possibilità di esprimersi in merito. Proprio come è avvenuto nelle ultime ore con Boris Johnson. Nella storia non mancano certo precedenti di prorogation, finiti talvolta male per chi l’aveva promossa. In genere, però, la prorogation fa parte di una routine dei lavori parlamentari: al termine di una sessione viene disposta per qualche giorno prima di avviare quella nuova. Uno dei precedenti più noti, e inquietanti, risale al 1641-42, quando Carlo I Stuart entrò in contrapposizione con il Parlamento, disponendone la chiusura inviando al suo interno i militari. Fu l’innesco della Guerra Civile che sfociò nella decapitazione del Re.

Nel passato più recente si ricorda invece la prorogation disposta dal primo ministro, Clement Attlee, nel 1948, per limitare i poteri dell’aristocrazia, rappresentata nell’House of Lords. In quel caso il premier stava portando avanti un vasto programma di nazionalizzazioni, osteggiato dai Lords, in particolare riferimento alla nazionalizzazione dell’industria siderurgica. Attlee scelse la chiusura e la riapertura del Parlamento per neutralizzare una legge del 1911, che avrebbe potuto rallentare il progetto politico di nazionalizzazioni. Un altro evento dirompente è avvenuto nel 1997: l’allora primo ministro conservatore, John Major, fece ricorso alla prorogation evitando il dibattito in Aula sulla relazione del Commissario parlamentare sull’affare cash-for-questions, uno scandalo – sollevato da un’inchiesta del Guardian – di corruzione degli anni Novanta che coinvolgeva esponenti del Partito conservatore. Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni, con il trionfo dei laburisti guidati da Tony Blair.

L’ex premier John Major

L’oltraggio e la Regina

La decisione di Johnson ha scatenato una fortissima protesta da parte delle opposizioni. I laburisti di Jeremy Corbyn e i lib-dem di Jo Swinson si sono trovati uniti a gridare al “golpe” compiuto dall’attuale premier. Un “oltraggio” al Parlamento che di fatto non avrà possibilità di discutere su un provvedimento destinato a cambiare per sempre la storia della Gran Bretagna. I membri dell’House of Commons avrebbero infatti potuto varare una legge per stabilire le modalità di compimento della Brexit dopo il fallimento dei negoziati condotti dall’ex primo ministro, Theresa May, costretta alle dimissioni proprio per non aver individuato una soluzione condivisa sull’addio all’Unione europea. La svolta di Johnson è stata etichettata anche come una lesione alle prerogative della monarchia parlamentare, come quella britannica: per questo sono state organizzate manifestazioni di piazza ed è partita una petizione, che ha subito superato il milione di firme.

Il leader dei labursiti Jeremy Corbyn

L’obiettivo evidente di Johnson è quindi il No deal, l’uscita senza alcun accordo con l’Ue; che però è visto come un vero salto nel vuoto, pericoloso da tutti gli analisti. Il ruolo della Regina è stato in questo senso controverso: ha avallato la decisione di Johnson, seguendo la prassi consolidata per cui il sovrano non si oppone alla richiesta del premier. Tuttavia, vista la particolare rilevanza politica della prorogation, ci si attendeva una mossa diversa. Invece Elisabetta ha accettato senza alcun rilievo, né tentativo di moral suasion.

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