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Processo alla plastica

Processo alla plastica. Sembra quasi una moda sparare a zero sulla plastica. Far indignare attribuendo a  questo materiale ogni possibile danno ambientale come se la plastica con i suoi tipi di uso più comune avessero una vita propria e si muovessero da soli per finire nei fiumi, in mare con il preciso intento di far male al famoso delfino ucciso da un sacchetto di plastica. Il tema, noi di Impakter Italia, lo abbiamo già affrontato da questo punto di vista in questo post ed in questa opinione di Antonio Lubrano di qualche giorno fa.

Ci torniamo perchè  siamo alla vigilia dell’entrata in vigore della direttiva UE 2019/904 in base alla quale dal prossimo 3 luglio  i Paesi membri dell’Unione europea dovranno abbandonare la produzione e il commercio di materiali in plastica monouso. E puntualmente è stata pubblicata una ricerca – questa volta sulla rivista Nature Sustainability – che racconta di una situazione allarmante per gli oceani, cosa che noi ad Impakter Italia sappiamo bene. La ricerca in questione racconta l’analisi della presenza di plastica monouso gettata in mare da 42 fiumi europei: “L’Italia è la seconda maggior produttrice di plastica dopo la Turchia, ma anche di rifiuti galleggianti“. Qui il link per vedere il video che sintetizza la ricerca.

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@piqsels.com

La cattiva informazione sulla plastica

La foto qui sopra evidenzia bene quel che vogliamo dire. E cioè : non c’è dubbio che vi sia una enorme sovrabbondanza di produzione di plastica – poco meno di 400 milioni di tonnellate  –  specie negli imballaggi e per gli oggetti monouso. Ma tutte le bottiglie che si vedono nella foto come ci sono finite in quel tratto di spiaggia che è uguale –  da questo punto di vista –  a tanti altri purtroppo? La risposta è semplice : colpa dell’uomo. Di chi butta i rifiuti per terra senza nessuna cura di sè stesso e degli altri. Di chi dovrebbe provvedere alla raccolta dei rifiuti. E di dovrebbe provvedere al riciclo della plastica, come di altri materiali, che oggi sappiamo essere un’alternativa credibile. Ogni anno nel Mar Mediterraneo finiscono 230 mila tonnellate di plastica, l’equivalente di 500 container. E siamo in tre Paesi a fare, per metà di quelle tonnellate, la parte degli inquinatori senza scrupoli: Egitto, Italia e Turchia, per un podio davvero brutto.

Eppure alcune notizie danno la sensazione che in Italia sulla questione siamo sensibili: nel 2020 sono state portate nei vari centri di raccolta e selezione 1.403.203 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica e di queste 655.393 tonnellate sono state avviate al riciclo. Però, dice l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, il solo 30 per cento della plastica raccolta nel nostro Paese – tutta la plastica non solo gli imballaggi –  viene riciclata;  il 40 per cento va nei termovalorizzatori o negli inceneritori. Il restante? In discarica. O dovunque. Perchè si ricicla così poco? Per ora il riciclo meccanico, – cioè il sistema più utilizzato – è complicato, costoso e non si adatta a tutti i tipi di plastica. Quindi? Prima di rispondere torniamo alle varie plastiche.

La plastica che usiamo tutti i giorni

Moplen, anni ’60, inventore Giulio Natta, uno dei più grandi chimici che la storia abbia avuto.  Premio Nobel per la chimica insieme a Karl Ziegler nel 1963 per “le loro scoperte nel campo della chimica e della tecnologia dei polimeri“: una molecola di grandi dimensioni che appare come una lunga catena alla quale possono essere legate diverse ramificazioni. Lavorando sulla combinazione dei polimeri, Giulio Natta creò le materie plastiche moderne. Come esattamente?

Dunque le plastiche riciclabili sono (ed hanno tutte un marchio impresso sul prodotto che le identifica):

1 – PET o Polietilene Tereftalato: bottiglie per acqua, bibite, contenitori per alimenti che vanno nel forno a microonde

2 – HDPE o Polietilene a alta densità : contenitori per shampoo, olio, latte, detergenti e giocattoili

3 – PVC o Cloruro di Polivinile : imballaggi alimentari, tende da doccia, palloni da calcio, tovaglie, salvagenti

4 – LDPE o Polietilene a bassa densità : bicchieri per bevande calde, contenitori e giocattoli

5 – PP o Polipropilene : bacinelle, scolapasta, innaffiatoi, tappeti, tappi, bicchieri e soprattutto vasetti per yogurt

6 – PS o Polistirolo o Polistirene: piatti, bicchieri, contenitori per uova, protezione di prodotti fragili.

Queste si possono riciclare e dunque vanno conferite come si dice nel sacco o nel contenitore dei rifiuti della plastica. Altre plastiche, quelle usate per alcune bottiglie di bibite, per il ketchup o gli scontrini o ancora come il policarbonato (usato nell’edilizia) non si possono riciclare e vanno gettate nel contenitore del secco o nell’indifferenziato.

Quindi? Bisogna leggere le etichette anche della plastica oltre che del prodotto. E bisogna metterle nei giusti contenitori della spazzatura. Mai per strada, men che meno buttate in un fiume, in spiaggia o in mare. Su Impakter Italia abbiamo scritto spesso dei comportamenti individuali che non cambiano il mondo da soli, ma che tutti insieme possono dare una mano.

 

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