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Lavoro smart working

Primo Maggio, con un lavoro sempre (più) smart

Zoom, o chi per esso, si è trasformato nella sala riunioni. Le camere delle case sono diventate uffici. Lunghe sessioni telefoniche hanno rimpiazzato pranzi, apertivi o cene di lavoro. Una rivoluzione su cui, in passato, si è tanto discettato, tra convegni, dibatti e analisi edotte. Rinviandola sempre in un orizzonte indefinito. Salvo poi metterla in pratica, tutto e subito, con l’arrivo del Coronavirus: l’epidemia che ha stravolto le abitudini quotidiane.

Un esperimento diretto vissuto in questi mesi di lockdown totale e di quarantena obbligatoria per milioni di lavoratori italiani. Il risultato è quello di aver immediatamente individuato uno degli strumenti per favorire lo sviluppo sostenibile: lo smart working. E in questo Primo Maggio dall’orizzonte incerto, è un punto di partenza incoraggiante.

Lavoro agile in casa smart working

Photo by sittikan raingkun form PxHere

Smart working: su cosa bisogna fare attenzione

Bisogna, tuttavia, muoversi da una consapevolezza: è scontato che non tutti i settori possano applicarlo perché c’è bisogno di una presenza fisica. Ed è superfluo gingillarsi su questa considerazione, che va data per assodata. Ma in tanti casi è possibile, in particolare per la vita di ufficio nel comparto pubblico (Ministeri e dintorni), come è stato evidente in queste settimane, con i benefici che ne conseguono. La qualità dell’aria migliora e così la vivibilità, la fruizione del trasporto pubblico è meno faticosa. Così, con una gestione degli orari sapiente, cresce il tempo libero per dedicarsi alle passioni personali.

Anche se su questo punto è necessaria un’annotazione: serve il “diritto alla disconnessione”, come garanzia, per non eccedere negli orari di lavoro. Come dire: “Tanto si è a casa e si può lavorare fino a tarda sera”. Tuttavia, si tratta di un elemento già noto in precedenza: a chi non è capitato, prima della pandemia, di dover rispondere alle mail di lavoro oltre l’orario di ufficio? Oppure di fare una telefonata serale per qualche questione lavorativa?

Come cambia la giornata di lavoro

La nuova modalità di lavoro ha impattato in maniera importante sulle abitudini consolidate: niente più corsa per scappare in ufficio, affrontando il traffico cittadino o i mezzi pubblici sovraffollati. Per lavorare basta un pc, le password per accedere all’account personale e connettersi con i colleghi di lavoro attraverso i molteplici strumenti messi a disposizione dalla tecnologia: una “semplice” chat di Whatsapp, per scambiarsi informazioni rapide, o magari una videochat con Zoom (che in questi giorni è stato grande protagonista), con Skype o qualsiasi altro programma utile a collegarsi in video con altre persone.

Smart Working

Photo by form PxHere

È una modifica rilevante dell’organizzazione del lavoro, dunque. E nella gran parte dei casi azzera il tempo impiegato per lo spostamento necessario a raggiungere l’ufficio. La Corte di Giustizia dell’Unione europea aveva proprio indicato, in una sentenza, che quel tempo deve, o meglio, dovrebbe essere considerato come orario di lavoro. Una chimera, in pratica, nel mondo reale. Eppure quella chimera può trovare la sua concretizzazione nello smart working.

Qual è il punto di approdo, allora? Lo stile di vita cambia, certo. Ma non in peggio, a patto di sapere quando è il momento di “disconnettersi”, di dedicarsi ad altro. È una possibilità preziosa per rendere più sostenibili le città, meno stressante la quotidianità, per rendere concreti i 17 Sdgs delle Nazioni Unite. David Labi, in un articolo su impakter.com, ha sintetizzato bene la prospettiva: “I nostri orizzonti per l’esperienza tecnologica sono stati ampliati, questo è il momento di metterlo in pratica”.

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