Back

Perché l’Africa resiste al Coronavirus. Per ora

L’Africa concentra il 17% della popolazione mondiale ma sta andando meno peggio dell’Europa o degli Stati Uniti con l’1,2 per cento dei casi di coronavirus nel mondo. A metà aprile un rapporto della Commissione economica dell’Unione Africana (UA) prevedeva 300.000 morti anche se il continente avesse adottato le massime misure precauzionali.

La situazione

Alla data del 6 maggio il bollettino quotidiano diffuso dal Center African Center for Disease Control and Prevention (Africa CDC), ad Addis Abeba ha registrato 49.352 contaminazioni (1,2% del totale mondiale) e 1.952 decessi (0,7%) nel continente. Il che si traduce nel fatto che per adesso dopo più di undici settimane dalla sua comparsa sul continente (14 febbraio in Egitto), il terremoto sanitario temuto e pronosticato da molti esperti non si è verificato.

Apprezziamo il fatto che il disastro non si sia ancora verificato“, osserva Yap Boum, epidemiologo di Yaoundé e rappresentante regionale di Epicenter, il ramo di ricerca ed epidemiologia di Medici senza frontiere (MSF). “Per il momento, siamo piacevolmente sorpresi e un po’ rassicurati nel vedere come si sta evolvendo l’epidemia“, dice Elisabeth Carniel, direttrice del Center Pasteur in Camerun.

La preoccupazione e le cautele sono però molto alte. La curva di contagio riporta un aumento dei casi di circa il 40% a settimana. La distribuzione per regioni evidenzia la particolare esposizione del Nord Africa. Considerato il suo peso demografico (15% della popolazione continentale), è sovrarappresentato nella tabella dei contagi (38% del totale africano) ma soprattutto in quella dei decessi (62%). Altre due regioni stanno attirando l’attenzione a causa di un tasso di progressione della pandemia superiore alla media del continente: Africa centrale (+ 58% a settimana) e Africa occidentale (+ 51%).

License to use Creative Commons Zero – CC0

Le zone d’ombra
La tendenza rafforza quindi le autorità mediche africane nel loro impegno di avvertimento alla popolazione ed ai governi John Nkengasong, direttore dell’Africa CDC, che ha avvertito che l’Africa deve “prepararsi al peggio“, e chiede che la vigilanza rimanga intatta.

Facciamo attenzione a non inviare il segnale sbagliato dicendo che la crisi è finita, che l’Africa non ne risentirà“, ha detto Mabingue Ngom, direttore per l’Africa occidentale e centrale del Fonds des United Nations for the Population, in una videoconferenza stampa organizzata il 29 aprile dalla rete regionale delle agenzie dell’Onu. “L’imminente arrivo dell’inverno in Africa del sud, già la più colpita dall’HIV, è fonte di preoccupazione“, ammonisce François Dabis, direttore dell’Agenzia nazionale per la ricerca sull’AIDS.

La scarsa disponibilità di test diagnostici sul continente – 9 su 10.000 abitanti, contro i 200 dell’Italia, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – lascia infatti ampie fasce di popolazione al di fuori della portata degli statistici, soprattutto in una gioventù generalmente asintomatica. “Molti casi non sono stati diagnosticati“, ammette John Nkengasong del CDC Africa.

Dato che i test non sono molto disponibili, li usiamo solo in caso di forme gravi per non sprecarli“, spiega Leontine Nkamba, specialista in epidemiologia matematica a Yaoundé. Secondo le sue stime, le cifre ufficiali in Camerun riflettono solo “il 30% della realtà della contaminazione“.

License to use Creative Commons Zero – CC0

Le spiegazioni
La relativa debolezza della sua integrazione nelle reti globali di movimento delle persone l’ha protetta. “La minima esposizione dell’Africa alla mobilità internazionale ha ritardato l’arrivo dell’epidemia“, dice Angèle Mendy, sociologa specializzata nei sistemi sanitari africani, affiliata all’Università di Losanna (Svizzera).

All’epoca dell’ascesa di “Chinafrique” – il complesso di relazioni fra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati africani iniziato intorno al 1950 ed esploso negli ultimi anni – i collegamenti in piena espansione tra il continente e la Cina (otto voli al giorno nel 2019, contro uno nel 2010,) costituivano senza dubbio un primo veicolo. Ma la crescita di questo collegamento sino-africano, se da un lato è stata spettacolare, è rimasta comunque molto inferiore agli scambi commerciali tra Europa e Cina.

In un articolo pubblicato a metà marzo, la rivista The Lancet ha valutato il “rischio di importazione” del virus dalla Cina studiando l’intensità del traffico aereo (prima della chiusura degli aeroporti) tra l’Africa e le città cinesi più infette.

Lo studio ha rivelato che i tre Paesi africani più esposti sono l’Egitto, l’Algeria e il Sudafrica. Questi Paesi, infatti, si sono dimostrati tra quelli con il più alto numeri di contagi nel continente, quasi il 40% del totale africano. L’apparente causalità, tuttavia, risente di un’importante eccezione con l’Etiopia, molto legata alla Cina ma stranamente poco colpita da Covid-19 (solo 140 casi).

Il dibattito sull’inserimento dell’Africa nel movimento globale delle persone, tuttavia, fa luce solo su una piccola parte del processo di contaminazione del continente. Perché i primi casi importati non si sono diffusi localmente in proporzioni paragonabili a quelle dell’Europa. La trasmissione strettamente africana è rimasta – in questa fase – relativamente limitata. Questo particolarismo può essere spiegato, secondo la maggior parte degli analisti, da una cultura di mobilitazione delle strutture sanitarie locali cresciute nel tempo per affrontare le numerose epidemie che hanno colpito l’Africa, la più recente delle quali è  l’Ebola (oltre 11.000 morti dal 2013 al 2016).

C’è un’intera nuova generazione di professionisti sanitari africani che hanno sviluppato una straordinaria esperienza nella sorveglianza a livello di comunità“, ha detto Socé Fall, vicedirettore dell’OMS per gli interventi di emergenza.

License to use Creative Commons Zero – CC0

Il fattore “giovani”
L’esposizione regolare a queste epidemie può anche aver avuto effetti fisiologici che rafforzano la resistenza ai virus. “Le popolazioni africane sono esposte a molti attacchi di vari agenti patogeni, siano essi parassiti, virali o batterici“, osserva Elisabeth Carniel, del Centro Pasteur in Camerun. “È quindi possibile che il sistema immunitario di queste popolazioni sia meglio stimolato rispetto a quello delle popolazioni meno esposte. ”

Il fattore “gioventù” è spesso invocato anche per spiegare la capacità dell’Africa di far fronte alle difficoltà. Il tasso di mortalità dei casi Covid-19 nel continente (4,4%), inferiore alla media mondiale (6,9%), non è certo estraneo al fatto che l’Africa è la regione più giovane del pianeta, con un’età media (19,7 anni) superiore alla metà di quella europea (42,5 anni). Questo fattore “giovanile” spiega anche le variazioni all’interno del continente stesso. L’Africa sub-sahariana ha un tasso di mortalità infantile (2,5%) molto più basso di quello del Nord Africa (7,2%), un divario che non è estraneo ai maggiori giovani della prima (età media 18,7 anni, contro i 25,5 anni).

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy. Privacy policy

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy.

Chiudi Popup