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Alluvione cambiamento climatico Coronavirus

Perché il cambiamento climatico può far sembrare il Coronavirus una passeggiata

Nel delirio social degli ultimi giorni, non manca chi ironizza su Greta Thunberg, che ha comunque portato avanti il suo global strike, lo sciopero globale per il clima, in maniera virtuale. Qualcuno meno informato, in particolare, chiede che fine abbia fatto l’attivista svedese, perché l’emergenza Coronavirus è balzata in cima alle preoccupazioni globali. Oscurando il suo impegno sull’emergenza climatica. C’è anche chi scherza sul fatto che è bastata qualche settimana di Covid-19 a ripulire l’aria delle aree più compite (compreso il Nord Italia) e adesso lei cosa farà? 

Greta Thunberg al vertice Onu mentre pronuncia il famoso “how dare you?”

Per carità, in un’epoca in cui l’attesa casalinga aumenta la possibilità di trascorrere il tempo sui social, tutto è concesso, figurarsi l’ilarità. Al di là delle battute più o meno riuscite (sperando che siano ironie e non reale dileggio), c’è una considerazione essenziale da fare: il cambiamento climatico rischia di far apparire la diffusione del Coronavirus una passeggiata di salute. Una di quelle vietate, o meglio sconsigliate, attualmente nelle strade e nei parchi delle città italiane.

La casa come rifugio anti-Coronavirus

Oggi, difatti, fermare l’avanzata del virus basta assumere comportamenti prudenti: la diffusione di Covid-19 può essere frenata stando sul divano di casa di fronte alla televisione, sul letto, magari leggendo un buon libro, o industriandosi nella preparazione di qualche ricetta ai fornelli. Ma avendo, in ogni caso, la certezza di poter beneficiare degli approvvigionamenti dei beni di prima necessità. Si tratta di uno sforzo enorme, certo, a tratti può apparire titanico poiché stravolge gli stili di vita consolidati, portati avanti appena qualche settimana fa, e che mette a dura prova la tenuta economica. Ma resta comunque una sfida affrontabile.

Coronavirus mascherina

Foto di Tumisu da Pixabay

Cosicché, nonostante la sua pesantezza, la battaglia contro il Coronavirus potrebbe rivelarsi una bazzecola se rapportato a quanto si prevede con il global warming. Di fronte all’innalzamento incontrollato delle temperature (che peraltro è già ampiamente in atto) l’effetto inequivocabile è il collasso di intere città costiere, che costringerebbe alla fuga le centinaia di migliaia di persone che ci vivono. Nel caso in cui si arrivasse allo scenario peggiore, infatti, non esisterebbero comfort zone. Per nessuno (come ben racconta il romanzo Fine).

Con il collasso climatico travolto il sistema produttivo

Le case non sarebbero più dei sicuri rifugi anti-virus, come oggi, perché invase dall’acqua. E anche la possibilità di avere i beni di prima necessità sarebbe fortemente a rischio, visto che sarebbe danneggiato l’intero sistema produttivo (che anche per questo deve essere cambiato, come spiega l’Ue) in maniera molto più massiccia in confronto a quanto sta avvenendo in queste drammatiche ore con il Coronavirus. È vero, sembra una visione catastrofista, quasi da racconto di fantascienza, ma bisogna prendere consapevolezza che le conseguenze del cambiamento climatico sono proprio queste: conducono al disastro. 

Ecco, nelle ultime settimane l’allarme per Covid-19 ha innescato un meccanismo virtuoso: l’attenzione nei confronti degli esperti, nella fattispecie virologi, infettivologi, epidemiologi. E da questo si deve trarre un insegnamento prezioso: ascoltare sempre gli esperti. Compresi quelli di clima che prevedono il collasso del pianeta. Una schiera di climatologi (qui la nostra intervista a Luca Mercalli) a cui la tanto dileggiata Greta ha dato soltanto una maggiore visibilità.

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