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Parità di genere: un Mondiale non è bastato

Parità di genere. La campagna “Equal play, equal pay” per garantire parità di retribuzione alle giocatrici di calcio è un progetto che va avanti, sfidando il calo di attenzione che c’è stato dopo il Mondiale di Francia. Ma non è solo una questione di soldi, come racconta Luisa Turbino Torres, in un articolo su impakter.com, sulla parità di genere. Le donne affrontano molte altre barriere istituzionali e culturali nello sport: c’è minore sicurezza sul lavoro, ci sono strutture di qualità inferiore, mancano investimenti e progettazione. E c’è un’altra annotazione fatta dall’autrice dell’articolo: “Gli stereotipi di genere impediscono a molte ragazze di essere coinvolte in sport considerati più maschili. Sebbene la situazione sia cambiata in modo significativo negli ultimi decenni, gli sport sono generalmente ancora considerati parte di un mondo maschile”. Basti pensare a un esempio: ci riferiamo agli sport maschili come standard, riferendosi alla squadra maschile semplicemente come “la squadra di basket”, per la  squadra femminile si usa la definizione di “squadra di basket femminile”.

Da sinistra Alex Morgan, Hope Solo, Megan Rapinoe, Carli Lloyd and Becky Sauerbrunn (Foto USWNT Players Association)

La narrazione mediatica è quindi un’altra parte del problema: ci si sofferma sulla madre-atleta come “esempio”, viene posta morbosa attenzione sugli aspetti fisici e raramente vengono descritti i gesti tecnici. “I media svolgono un ruolo significativo nell’enfatizzare l’idea che ci siano sport solo maschili (come il calcio, l’hockey su ghiaccio, il basket, ecc.) Mentre altri sono femminili (la ginnastica e il pattinaggio di figura). Questa dicotomia crea aspettative diverse per gli atleti e le atlete e crea un’ulteriore barriera”, denuncia Turbino Torres.

Parità di retribuzione lontanissima

La parità di retribuzione è comunque una battaglia fondamentale per diminuire il gender gap, così come previsto dagli Sdg fissati dalle Nazioni Unite nella consapevolezza che l’obiettivo è molto lontano dal raggiungimento. La scorsa estate, con la Coppa del Mondo, c’è stata più attenzione verso la richiesta delle donne di una maggiore considerazione e una migliore retribuzione. Le discussioni sulla parità retributiva per le giocatrici hanno ripreso slancio grazie al successo senza precedenti delle squadre femminili, in particolare rispetto alla squadra maschile statunitense, che non è riuscita a qualificarsi al Mondiale. Una dinamica molto simile a quanto avvenuto in Italia, con le azzurre che hanno tenuto alto il nome dell’Italia nel mondo del pallone. Mentre gli uomini hanno inferto una pesante delusione ai tifosi.

“Il problema – rileva l’autrice dell’articolo – non è così semplice. I giocatori di calcio sono pagati dalle loro singole squadre professionistiche, dove si crea la maggior parte delle disparità. Pertanto, mentre i giocatori di sesso maschile vengono pagati molto di più dai loro team professionisti e hanno sicurezza e benefici salariali, le giocatrici guadagnano meno soldi”. Ma molto meno. Per fare un esempio del quadro generale: la norvegese Ada Hegerberg (nella foto di copertina), la migliore giocatrice del mondo nel 2018, guadagna oltre 300 volte in meno di Lionel Messi. Hegerberg per questo motivo ha rifiutato di giocare per la nazionale norvegese ai Mondiali del 2019 in Francia con l’intento di protestare contro le disparità tra calcio femminile e maschile. Che parte dalla retribuzione per finire a tutti gli altri aspetti.

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