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Paradosso Grecia: silurato Tsipras, l’uomo che ha salvato il Paese

Kyriakos Mitsotakis  sarà il nuovo premier della Grecia. La sua vittoria è stata netta con quasi il 40% dei voti e la maggioranza assoluta con la conquista di 158 seggi su 300. Dopo quattro anni, dunque, il centrodestra di Nea Dimokratia torna al potere, archiviando l’era-Tsipras. Comunque si voglia vedere è la fine di una fase storica, iniziata con la promessa di una rivoluzione anti-sistema e chiusa con un “rassicurante ritorno” a quello stesso sistema. E, a vederla in un’ottica più perfida, gli elettori greci tornano ad affidarsi a chi li ha portati al disastro, mandando a casa il leader che invece è tornato a far crescere l’economia e diminuire la disoccupazione. A Tsipras non è bastato muoversi tra la necessità di non scontentare i greci e rispettare i patti con gli organismi internazionali. Ha ottenuto il 31,5%, in crescita rispetto alle Europee, ma non è stato sufficiente per rimontare.

L’origine della crisi in Grecia

Ma come si è arrivati a questo punto? La Grecia è stato un caso storico, un Paese finito in default sostanziale che è riuscito a salvarsi solo con i maxi prestiti erogati dagli organismi internazionali. Nell’autunno del 2009 è iniziato un incubo lungo 10 anni per i greci e in parte per l’Unione europea. Il primo ministro, il socialista, George Papandreou, appena insediatosi, rivela che i bilanci erano stati truccati – dal precedente governo di centrodestra guidato da Kostas Karamanlis – per evitare tagli alla spesa pubblica.

Da quel momento gli investitori scappano letteralmente e i titoli di Stato vengono declassati a junk bond, titoli spazzatura, nella primavera del 2010. Da un punto di vista politico le conseguenze risultano pesanti: la Grecia riceve così tranche di finanziamenti, all’interno di un piano di salvataggio, in cambio di drastici provvedimenti sul lato dei tagli. Una scelta obbligata per garantire almeno il pagamento delle pensioni e degli stipendi agli statali. Si avvia la fase del commissariamento della cosiddetta Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale), che vigila sui conti del Paese.

Il governo Papademos e l’austerità

Le misure economiche di fortissima austerità portano Papandreou alle dimissioni per favorire la nascita di un governo di unità nazionale con il partito di centrodestra di Nea Dimokratia, guidato da Antonis Samaras. L’esecutivo viene affidato all’ex governatore della Banca di Grecia, Lucas Papademos, che vara le misure richieste di tagli alla spesa, da quella sanitaria alla previdenziale, facendo finire il Paese in una crisi economica sempre più dura. Nel 2012 il calo del Pil del 7,3%: è l’anno peggiore di una recessione iniziata nel 2008 e interrotta solo da una mini-crescita dello 0,7% nel 2014, fino alla reale ripresa avviata solo nel 2017.

Papademos, tuttavia, nel maggio 2012 lascia l’incarico e la Grecia si avvia alle elezioni. A giugno trionfano i conservatori di Nea Dimokratia, che nemmeno questa volta pagano dazio alle responsabilità per aver falsificato i conti pubblici. Samaras ottiene la maggioranza, grazie all’alleanza con i socialisti del Pasok, portando avanti il piano di risanamento. A dicembre 2014, però, con un Paese allo stremo e molto impoverito (la disoccupazione tocca il record del 28%), Samaras perde il controllo politico e non riesce a eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Così lascia l’incarico.

L’ascesa di Tsipras (e il tramonto di Varoufakis)

Il voto del 25 gennaio 2015 premia Syrizia, il partito che unisce varie sigle di sinistra radicale sotto la guida del giovane e dinamico Alexis Tsipras. Si tratta di una vera rivoluzione politica e la Troika vede con preoccupazione la fine dell’esperienza di governo Nd-Pasok, disposta ad accettare le misure di austerità. Il nuovo primo ministro promette un cambio di passo, annunciando di voler archiviare le politiche imposte dagli organismi internazionali in cambio di aiuti economici fondamentali per una Grecia impossibilitata a reperire finanziamenti sui mercati. Sulla scena si impone anche la figura del ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, che vuole battersi per cambiare le regole finanziarie europee.

Le parole di Tsipras e di Varoufakis spaventano le Borse e inizia una lunga sfida con gli organismi internazionali, che culmina nel referendum dello stesso anno, il 5 luglio, sull’accettazione o meno del piano della Troika. Gli elettori sono chiamati a esprimersi sul memorandum che prevede nuove tranche di finanziamento in cambio del rispetto dell’austerità: il 61% vota contro il piano. Ma qualcosa, in realtà, si spezza: il giorno dopo la consultazione Varoufakis si dimette. La sua proposta di tagliare i rimborsi alla Bce e di emettere nuovi bond viene bocciata e archivia così la sua esperienza al governo. Sarebbe stato il preludio della Grexit, la fuoriuscita della Grecia dall’euro. E Tsipras non è d’accordo.

Il mandato forte al premier

Tsipras va avanti nella sua opera politica, ma ad agosto annuncia la volontà di tornare al voto chiedendo un “mandato forte”. Nel settembre 2015 vince di nuovo e ottiene l’incarico di premier. In questo caso, però, porta avanti la legislatura, venendo in parte meno alle sue promesse. Le misure di austerità non vengono riviste, c’è solo una parziale rimodulazione. Ma il Prodotto interno lordo smette di crollare. Dopo la ripresina del 2014, nel 2015 si attesta al -0,3% e nel 2016 al -0,2%: niente a che vedere con i tracolli degli anni precedenti. Addirittura nel 2017 torna a crescere dell’1,4% e il trend prosegue con il +1,9% del 2018. Il tasso di disoccupazione scende dai livelli spaventosi del 28%, toccando il 18% del 2018.

La Grecia si affida ai suoi carnefici

Ma nel Paese la situazione economica e sociale è comunque disastrosa con un impoverimento collettivo che non ha paragoni nella recente storia occidentale. Tsipras viene considerato corresponsabile, soprattutto per non aver combattuto davvero le politiche imposte dagli organismi internazionali. Così al primo test elettorale, le Europee dello scorso maggio, la stella di Syriza si eclissa: il centrodestra stravince con il 33% e un vantaggio di quasi 10 punti sul principale partito di governo. E il premier annuncia le dimissioni per tornare al voto, che ha sancito il risultato favorevole per i conservatori.

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