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Ospedali medici personale sanitario

Ospedali e personale sanitario: cosa resterà della sanità pubblica?

Dalle carenze di medici di base alla carenza del personale medico specializzato nelle corsie degli ospedali: il diritto alla salute nel nostro paese non va a pari passo con la diminuzione sostanziale delle risorse sia in termini di ampliamento di organico che di personale medico specializzato e pagato adeguatamente. Le Regioni hanno comunicato di avere pronti quasi 10mila posti, in realtà sono poco più di 6.500 e quelli aperti per l’emergenza in questi due anni appena 1.500.

Carenza dei medici problema strutturale

Il problema della carenza dei medici in Italia è strutturale, nonostante siamo giunti quasi all’80% (dati dell’Osservatorio del Sole 24 ore) della popolazione vaccinata. Ogni volta che giunge l’ondata del virus Covid -19, si costringono gli ospedali a sospendere le attività ordinarie per mancanza di risorse. Aver raddoppiato i posti letto in rianimazione non significa aver moltiplicato, infatti, anche la capacità assistenziale in ogni sua forma. Oltre ai posti letto (che in alcune regioni scarseggiano già da qualche mese, comportando anche lo spostamento di pazienti da vari reparti) servono i medici intensivisti e personale infermieristico, che invece sono rimasti quasi agli stessi numeri. Tenendo conto dei pensionamenti e dei nuovi specialisti attualmente in formazione, il sindacato degli rianimatori e dei medici di emergenza Aaroi-Emac prevede che nel 2025 in terapia intensiva ci siano addirittura 500 operatori in meno di oggi.

Le richieste del personale medico

Sentiamo l’urgenza di scriverLe perché siamo costretti a constatare, quotidianamente, sulla nostra pelle che la sanità pubblica non è stata, ancora una volta, considerata come merita, destinando al suo personale finanziamenti scarsi e insufficienti. Illustre Presidente, non possiamo continuare a fare spallucce di fronte alla drammatica situazione socio-sanitaria ed economica che stiamo vivendo, né possiamo trincerarci dietro l’ancestralità di alcune problematiche e l’apparente impossibilità a trovare una soluzione”.

Ospedali dottoressa

L’allarme negli ospedali italiani Foto di Darko Stojanovic da Pixabay

In questa lettera aperta al Presidente del consiglio Mario Draghi, i giovani medici Anaao Assomed elencano le criticità del sistema e le difficili condizioni di lavoro dei medici. La carenza di personale, la carenza di infrastrutture ma, sopra ad ogni cosa, la carenza di una reale programmazione della presa in carico del paziente che tutt’oggi rappresenta il vulnus maggiore del nostro sistema sanitario.

Per questo chiedono al Presidente Draghi un incontro “per ascoltare chi lavora ogni giorno nelle corsie degli ospedali e, forse meglio di chiunque altro, può rappresentare le difficoltà reali e le possibili soluzioni”. Le parole che utilizzano sono chiare e preoccupanti: “[…] la quarta ondata del virus sta riportando gli ospedali verso condizioni di sofferenza che mai avremmo voluto rivivere e che ci eravamo ripromessi di non rivedere quando, sei mesi fa, si chiudevano gli ultimi reparti Covid con urla di gioia e giubilo.

Riemergono, invece, puntualmente, gli stessi problemi e, cosa assai preoccupante, siamo costretti a procrastinare le cure ordinarie che si trasformeranno in nuove emergenze. La carenza di personale, la carenza di infrastrutture, ma, soprattutto, la carenza di una reale programmazione della presa in carico del paziente, tutt’oggi rappresenta il vulnus maggiore del nostro sistema sanitario. Nessuno sembra accorgersene. Eppure lo abbiamo detto in modi diversi, con toni diversi e in tempi diversi”.

Concludono chiedendosi: “sarà che il futuro del sistema sanitario vuole andare in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione? Sarà che conviene di più trasformare il servizio pubblico per anni invidiato, ma molto costoso, in servizio privato? Le cure non possono attendere i tempi della politica perché qualsiasi ritardo comprometterà il nostro sistema sanitario e il capitale umano che con fatica riesce comunque a tenerlo in vita.”

L’allarme suona ma rimane inascoltato: saltano visite ed interventi

 La quarta ondata del virus Covid-19 mette in seria difficoltà non solo il personale ospedaliero ma anche i pazienti che ne pagano le conseguenze. La Società italiana di chirurgia (Sic) denuncia la drammatica riduzione degli interventi che nelle regioni vanno dal 50 all’80%: “Le aziende sanitarie sono costrette a destinare ampi spazi di ricovero ai pazienti Covid e le terapie intensive sono in gran parte occupate da pazienti principalmente no vax – spiega la Sic – si assiste all’aggravamento delle patologie tumorali che spesso arrivano tardi in ospedale, ormai inoperabili“.

Stetoscopio medici ospedali

Ospedali senza personale. Foto di Julio César Velásquez Mejía da Pixabay

Francesco Basile, presidente della Sic, continua: “Posti letto di chirurgia dimezzati ma anche blocco dei ricoveri, terapie intensive riconvertite per i pazienti Covid, infermieri e anestesisti delle sale operatorie trasferiti ai reparti Covid. In questo modo l’attività chirurgica in tutta Italia è stata ridotta nella media del 50%, con punte dell’80%, riservando ai soli pazienti oncologici e di urgenza gli interventi. Ma spesso non è possibile operare neanche i pazienti con tumore perché non si ha la disponibilità del posto di terapia intensiva nel postoperatorio“.

Le liste di attesa torneranno ad allungarsi

Un problema che non viene risolto dal 2021, nonostante i numerosi appelli: “nell’anno precedente non siamo riusciti, nonostante l’impegno delle autorità sanitarie e dei chirurghi a smaltire le liste di attesa accumulate nel 2020 per patologie chirurgiche in elezione e questo è accaduto nonostante in molte Regioni si siano organizzate sedute operatorie aggiuntive su specifici progetti. Adesso le liste di attesa torneranno ad allungarsi a dismisura“. Francesco Basile afferma che ci si trova praticamente nella stessa situazione del 2020, “che ha portato come conseguenza 400.000 interventi chirurgici rinviati, notevole aumento del numero dei pazienti in lista di attesa e, ciò che è più pesante, si è assistito all’aggravamento delle patologie tumorali che spesso sono giunte nei mesi successivi in ospedale ormai inoperabili“.

L’associazione Cittadinanzattiva ha fotografato la situazione attuale: la pandemia ha incrementato il ricorso alla telemedicina (per il 58% delle 64 associazioni interpellate) ma più di un paziente su due (il 52,4%) dichiara che con il virus sono aumentate le criticità nell’accesso alla diagnosi e cura per la propria malattia; per il 40,5% (l’anno scorso era il 35,3%) è più difficile fare una visita specialistica a fronte di ambulatori chiusi o liste d’attesa, mentre la corsa a ostacoli su diagnosi e ricoveri sempre a causa delle lunghe code è denunciata quest’anno da quasi un paziente su quattro (il 39,9% a fronte del 34,5% di un anno fa).

La pandemia ha reso ancor più complesso (per il 62% dei cittadini) ottenere il riconoscimento dell’invalidità e dell’handicap: quasi uno su due (il 48,8%) ha avuto difficoltà dovute non solo l’impreparazione dei medici della commissione ma anche a tempi eccessivamente lunghi per la visita di accertamento. Oltre un paziente su cinque (il 22,7%) segnala criticità nell’assistenza protesica e integrativa e le difficoltà sono aumentate rispetto al passato per il 70,8%.

La sanità privata mangia la salute pubblica

Un Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che strizza sempre più l’occhio al privato e investe sempre meno al pubblico. Questa la fotografia dei dati del nuovo rapporto sul personale dipendente del Servizio Sanitario Nazionale relativo al 2019 del Ministero della Salute.  

In totale i lavoratori dipendenti del SSN sia pubblici che del privato aumentano. Tra il 2017 e il 2019 secondo un confronto effettuato da Quotidiano Sanità sui report del Ministero relativi alle due annualità sono infatti cresciuti di 2.967 unità (+0,3%) per arrivare a quota 846.623 (esclusa tutta la medicina e le farmacie convenzionate). Ma l’aumento è tutto del settore privato. I dipendenti pubblici scendono dello 0,4% (-2.878) così come il personale universitario (-7,6%). Sale invece il numero di personale del privato equiparato al pubblico (+1,7%) ma soprattutto quello delle case di cura convenzionate (+4,5%) e non convenzionate che registra un vero e proprio boom con il 23%. A questo punto sarà interessante vedere nei prossimi anni i dati di quanto avvenuto in pandemia dove invece sono state molte le assunzioni (a tempo parziale ) del pubblico.

Cittadinanzattiva ha reso pubblici anche i dati di “Mi sta a cuore: un’indagine sul paziente con patologia cardiovascolare” che ha coinvolto – da luglio a settembre scorsi – 3073 fra pazienti e medici con l’obiettivo di fare il quadro sull’organizzazione dei servizi, l’individuazione di criticità e occasioni di miglioramento dalla diagnosi alla presa in carico, fino alla gestione degli eventi acuti. Due questionari per coinvolgere pazienti, specialisti ospedalieri e medici di base, orientando l’indagine su temi quali la qualità dei servizi, le reti di presa in carico del paziente, l’informazione sui rischi e la gestione della patologia.

“L’indagine – commenta Francesca Moccia, vice segretaria generale di Cittadinanzattiva – mostra una buona capillarità di strutture e servizi sul territorio, presenti nel raggio di 40 km per oltre il 70% dei pazienti, ma una forte inadeguatezza dei modelli di gestione del percorso di cura, che rischia di vanificare l’efficacia degli interventi. Modelli applicati a macchia di leopardo che generano difficoltà d’accesso ai servizi e disuguaglianze territoriali. La cardiologia sta soffrendo gravi disagi legati ai ritardi di accesso alle prestazioni segnalati fin dalla prima fase emergenziale e che ancora oggi persistono senza soluzioni: quasi la metà dei cittadini intervistati si è vista sospendere o rimandare le visite senza data, mentre solo il 3% è stato inserito in programmi di telemedicina. La mortalità per patologie cardiovascolari è più che raddoppiata con la pandemia e per questo bisogna urgentemente intervenire per porre fine agli enormi danni che la mancata assistenza del paziente cardiovascolare sta determinando e di cui purtroppo già oggi conosciamo le proporzioni”

Spiragli di luce: Umbria, Piemonte e Lazio apertura a medici cittadini di paesi extra UE 

Nei concorsi pubblici per i medici viene richiesta la cittadinanza italiana o quella di un paese dell’Ue e questo taglia fuori un gran numero di professioniste e professionisti, che non riescono ad accedere alla sanità pubblica. In altri paesi, oltre alla mobilità interna all’Ue, si attirano medici da Paesi più lontani. Nel nostro paese i medici ci sarebbero ma sono tenuti ai margini dalle regole seguite nel reclutamento. Nel decreto “Cura Italia” del marzo 2020 si ammettono esplicitamente alle dipendenze della sanità pubblica «tutti i cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione europea, titolari di un permesso di soggiorno che consente di lavorare». Il decreto però è stato ignorato nella grande maggioranza dei casi: ospedali e Aziende Sanitarie hanno preferito mantenere il vincolo europeo per le assunzioni di operatori sanitari. Non tutte le regioni, però, hanno applicato questa tipologia di norme, gravemente escludenti; Umbria, Piemonte e Lazio hanno aperto i concorsi ai medici di ogni nazionalità dopo le proteste dell’Amsi – Associazione medici di origine straniera in Italia. 

In merito a questa scelta, queste sono le dichiarazioni di Foad Aodi, presidente dell’Amsi – Associazione medici di origine straniera in Italia: “Ringrazio la Regione Lazio, il Presidente Zingaretti e l’Assessore alla Sanità Alessio D’amato per questo passo in avanti e importante a favore del rispetto dei diritti e per la delibera regionale che sdogana un concetto di principio e il rispetto dell’articolo 38 per l’impiego pubblico e considerare i medici stranieri tutti di seria A sia quando si parla di diritti che quando si parla di doveri. Con la Regione Lazio abbiamo una storica collaborazione dal 2000 e sempre in modo costruttivo e per l’interesse di tutti. Ci siamo confrontati con l’assessore d’Amato con grande disponibilità e responsabilità per arrivare ad una delibera utile per tutti. Spero adesso si arrivi ad un inserimento nella milleproroghe come abbiamo chiesto giorni fa e una legge nazionale. Inoltre no ad interpretazioni individuali e guerre tra poveri e di continuare ad ostacolarci nella nostra attività a favore della sanità italiana”.

Chi si cura di noi? 

L’associazione “Chi si cura di te” nasce nel 2018, da un gruppo di giovani medici riuniti dalla volontà di impegnarsi per la difesa dei diritti dellə medicə in formazione, dei camici grigi, dellə medicə precariə e, più in generale di tuttə lə professionistə della salute che vivono in condizioni di insicurezza e precarietà”. Si battono per un lavoro più tutelato e sostenibile per le dottoresse ed i dottori in formazione, per difendere e garantire sempre e comunque il diritto alla salute per tutte e tutti, per costruire insieme un modello di società più giusto, che salvaguardi l’ambiente e la vita delle persone, a partire dai più deboli in ogni parte del mondo: “per un SSN che sia davvero motore di benessere collettivo e garante del dettame costituzionale che definisce la salute “diritto fondamentale” in quanto condizione imprescindibile per il godimento di tutti gli altri diritti. Costruire una società più giusta è possibile e passa anche attraverso la tutela della salute di tutte e tutti”.

L’associazione si occupa anche di inchieste come quella dal titolo: “Si naviga a vista” – I risultati della consultazione on-line: Medici in formazione, professionisti della salute e SARS-CoV2 / COVID-19che si conclude con queste riflessioni: “Come professionisti della salute, da un lato, siamo testimoni delle gravi carenze e delle difficoltà in cui ci troviamo a lavorare fra insufficienza dei DPI, scarsa formazione ed informazione, non sufficienti tutele sulla sicurezza. Come medici in formazione, dall’altro, stiamo sperimentando le estreme conseguenze di una forma contrattuale ambigua, che non stabilisce con chiarezza le attività che possiamo svolgere e al contempo non garantisce le tutele corrispondenti alle mansioni che, di fatto, già espletiamo. Le carenze emerse, oltre a determinare dei rischi per gli operatori sanitari nello svolgimento del loro lavoro, si ripercuotono, in ultima istanza, sulla qualità del servizio offerto alla popolazione. Un professionista della salute, per lavorare in piena scienza e coscienza, deve essere messo in condizioni di sicurezza e ricevere indicazioni e garanzie di tutela univoche ed uniformi.

Crediamo quindi che sia necessario, partendo dalle difficoltà che stiamo sperimentando, ricostruire insieme un SSN pubblico di qualità, coinvolgendo tutte le forze in campo, dai ministeri agli enti locali, alle parti sociali, alle associazioni. Per farlo bisognerà invertire la rotta del definanziamento del SSN, ripensare la formazione medica generale e specialistica in base al fabbisogno di salute della popolazione e non in base ad esigenze di budget, stabilire per i lavoratori della salute le tutele corrispondente ai rischi che corrono ogni giorno. Solo così, garantendo le migliori condizioni di lavoro per medici, infermieri, OSS, tecnici e personale non sanitario saremo capaci di offrire i massimi standard di salute per tutta la popolazione ed essere pronti, in futuro, a superare qualsiasi nuova emergenza saremo chiamati ad affrontare”.

Dare voce alle problematiche esistenti, riconoscerne le cause, dar loro un nome e sostenere le battaglie per una sanità libera, davvero gratuita, pubblica ed inclusiva per tutta la cittadinanza. Queste dovrebbero essere le rivendicazioni non solo del personale sanitario ma di tutti, a fronte delle problematiche che sono sì drammaticamente “esplose” con la pandemia mondiale, ma che esistevano anche prima di essa; ricordandoci che quelli che sono i diritti di oggi sono stati le conquiste di un passato che bussa ancora alla nostra porta.

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