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Non fare danni significativi all’ambiente

Non fare danni significativi all’ambiente, o nella lingua comune delle comunicazioni internazionale “do not harm”. E’ il principio che chiunque di noi deve rispettare se vuole assecondare gli sforzi di migliorare la salute della Terra ed appoggiare concretamente lo sviluppo sostenibile. A maggior ragione è la regola che deve seguire chi si impegna nei cosiddetti  Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo (IPCEI).

Gli IPCEI mettono insieme conoscenze, competenze, risorse finanziarie e attori economici di tutta l’Unione europea per raggiungere gli obiettivi di una innovazione radicale e di grande rilevanza tecnologica e produttiva. Serve uno sforzo condiviso del settore privato e del settore pubblico degli Stati membri perchè gli interventi in questione siano di comune interesse per l’industria europea. Alla fine della scorsa settimana la Commissione europea ha ribadito e posto l’obbligo del “do not harm” come condizione inderogabile per un progetto che voglia rientrare negli Ipcei e dunque godere delle risorse comunitarie, abbia il via libera. Fermiamoci e facciamo chiarezza. Prima di tutto: cosa si intende per danno all’ambiente?

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La Direttiva UE del 2004

La Direttiva UE 2004/35 è stata la prima a definire i contorni di quelli che si possono chiamare danni ambientali:

  1. danno alle specie e agli habitat naturali protetti, ovvero qualsiasi danno che produca significativi effetti negativi sul raggiungimento o il mantenimento di uno stato di conservazione favorevole di tali specie e habitat. L’entità di tali effetti è da valutare in riferimento alle condizioni originarie, tenendo conto dei criteri dettati dalla medesima direttiva;
  2. danno alle acque, ossia qualsiasi danno che incida in modo significativamente negativo sullo stato ecologico, chimico o quantitativo o il potenziale ecologico delle acque interne (sia superficiali che sotterranee), nonché sullo stato ambientale delle acque marine;
  3. danno al terreno, vale a dire qualsiasi contaminazione del terreno che crei un rischio significativo di effetti negativi sulla salute umana a seguito dell’introduzione diretta o indiretta nel suolo, sul suolo o nel sottosuolo di sostanze, preparati, organismi o microrganismi nel suolo.

Questa linea era basta sul concetto “chi inquina paga”. Quest’anno la Commissione europea ha pubblicato un nuovo documento che ha definito in modo più attuale il principio di danno ambientale – noi ne abbiamo scritto diffusamente qui – specificando che la definizione di “danno ambientale” incorpora il termine “danno”, che è definito separatamente. Il termine “danno” non è autonomo (nel senso che gli obblighi della direttiva non si applicano al livello di generalità che si trova in esso). Quando si tratta di applicare la direttiva a situazioni concrete, è necessario basarsi sulle formulazioni più precise contenute nella definizione di “danno ambientale”. Nonostante questa riserva, la definizione di “danno” è importante non solo perché è incorporata nella definizione di ‘danno ambientale’, ma perché presenta quattro concetti di base che vengono perfezionati nella definizione più elaborata.

L’articolo 2, paragrafo 2, della Direttiva sulla responsabilità ambientale stabilisce che per “danno” si intende
un cambiamento negativo misurabile di una risorsa naturale o un deterioramento misurabile di un
di una risorsa naturale che può verificarsi direttamente o indirettamente“.

I quattro concetti fondamentali che si trovano nella definizione di “danno” sono:
– l’ambito materiale di ciò che è colpito, cioè le risorse naturali e i servizi di risorse naturali
servizi di risorse naturali;
– Il concetto di effetti negativi, cioè cambiamenti negativi e menomazioni;
– La portata di questi effetti negativi, cioè quelli misurabili;
– I modi in cui questi effetti negativi possono verificarsi, cioè direttamente o indirettamente.

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Il cardine del Green Deal europeo e gli Ipcei

Non fare danni significativi all’ambiente dunque è la regola di base del Green Deal europeo – la strategia continentale per affrontare e superare la crisi ambientale che stiamo vivendo –  e come abbiamo scritto qualche riga sopra, i progetti che vogliono fregiarsi del titolo Ipcei devono rispettare una serie di norme precise.

I progetti dovranno dimostrare di fornire un contributo importante agli obiettivi dell’Ue, superare importanti fallimenti del mercato, coinvolgere almeno quattro Stati membri, di essere concepiti in modo trasparente e inclusivo, produrre effetti positivi concreti a vantaggio dell’economia e della società dell’Ue, prevedere significativi cofinanziamenti da parte delle imprese che riceveranno aiuti di Stato, e evitare impatti ambientali negativi che difficilmente possono essere controbilanciati da sufficienti effetti positivi.

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