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Non fare come me Next stop mi

Non fare come me, tu realizzati!

“Non fare come me, tu realizzati”. È la frase che, di frequente, ritorna all’orecchio di giovanissime figlie, spesso meridionali, che risuona quasi come un convincente slogan televisivo, ripetuto e ininterrotto. Un consiglio amorevole che nasconde il silenzio, logorante, di chi ha soffocato per troppo tempo il peso dell’insofferenza. L’ unica soluzione che può rispondere al patriarcato, solido retaggio culturale di giù. Se è maschio, porterà avanti il nome e, se conviene, la professione della famiglia, se è femmina, ‘semplicemente’, sarà moglie e madre. E invece no, non è così per tutte. Ed eccola la rivalsa, che passa come il testimone dei corridori di una staffetta che, percorsa con sofferenza e a denti stretti, da madre a figlia, ha un solo traguardo: l’autonomia, la madre delle madri, quella delle scelte libere. Parte proprio da qui il sentimento di poter ribaltare una società dal profilo in giacca e cravatta, dello stesso principio della gonna e dei tacchi alti.

Il pizzicotto che fa male

I due clichés più gettonati del mondo degli strangolati in cashmere e in seta. Ma farsi spazio, in una società dove le mani basse, non sempre sono il contrario di manifestazioni pacifiche, tutt’altro, non è facile. Già, non è affatto facile. Di quel contesto sociale di ‘è stato come un pizzicotto’ non è il dottore a dirtelo, mentre vai indietro con i ricordi di quando eri solo una bambina intimorita da una punturina. Tutt’altro. Questo ‘pizzicotto’, fa male, sì che ne fa! E a denti stretti devi trattenere il dolore della rinuncia a dirlo, l’ipotetico fastidio di essere giudicata, se sveli quello che hai sopportato,  e la forza di dover buttar giù tutto in un morso di rabbia.  Altro non è che la maniera di camuffare una molestia che, però, deve essere taciuta.

E mentre continui a crederci che, studiando o lavorando, puoi sognare di alzare le braccia al cielo per essere arrivata alla meta,  ma inizi anche a rendi conto che, anche spostarsi è un problema. In quello stato trasognante, i mezzi pubblici diventano un incubo. Tanti sono i casi di donne che subiscono. Parimenti, quelli che non sono raccontati. Ma finalmente, proprio dalla metropolitana Milano arriva Nextstopmi (www.nextstopmi.com).

E chissà se l’unione fa la forza

Sono tante, sono associate, sono donne che, del loro sentimento di sostegno reciproco, ne hanno fatto il colore della loro bandiera di valore. Si conoscono raccontandosi, parlando della loro storia, scrivendoci qualche riga di quella quotidianità che si ripete in uno scoraggiante loop: ‘Ogni mattina una ragazza si sveglia, prende la metro e sa che per fare un viaggio tranquillo sarà meglio cercare un vagone mezzo vuoto, mettersi seduta o preferibilmente spalle al muro, per evitare che per sbaglio qualcuno le appoggi una mano sul sedere’. Raccontano Milano. Anzi, no. Raccontano le donne e si presentano così: ‘Siamo in molte’.

Chissà se l’unione, però, fa davvero la forza. Dai numeri che riporta un’indagine Istat del febbraio del 2018, riportano che ‘pare’ (ndr. il ‘pare’ andrebbe depennato innanzi ai numeri: come si dice, ‘la matematica non è un’opinione’) che le molestie con contatto fisico, vale a dire quelle perpetrate contro la volontà della vittima, equivalgono al 15,9% delle donne durante tutto l’arco della vita. Nel 60% dei casi la molestia è ricevuta da un estraneo e per il 27,9 % avviene, spesso, sui mezzi di trasporto pubblico. E questi, sono solo i dati che si riferiscono al 2015 e al 2016, di quelli dichiarati per intenderci. Il 2019 riporta un’evidente crescita. Senza girarci troppo intorno, le molestie sui mezzi pubblici sono una realtà.

#NextStopMi contro le molestie sui mezzi pubblici

Quindi, donne di tutte il mondo unitevi: ed eccolo l’eco mondiale espressione del movimento femminista Me Too,  nato contro le molestie sessuali e la violenza, e venuto alla ribalta nel 2017 per un noto caso di abusi per il caso del regista Wittgenstein. Ovunque, sui social, l’hastag #metoo. Perché si, quel ‘si è successo anche a me’ fa sentire meno sole e più capite, o per dirla meglio, ci si identifica e si riesce a scrollarsi quel giudizio di maschilista faciloneria.

Ma anche l’Italia risponde. #NextStopMi è l’associazione che da voce alle molestie sui mezzi pubblici. Oltre ai servizi e alle iniziative di sostegno, ascolto psicologico, counseling psicoterapia a tariffe sostenibili, le autrici di questo spazio di condivisione, offrono un ‘Decalogo dei molestatori’, dove poter individuare ogni case studies dell’occasione. Sono dieci, per l’appunto, le descrizioni dei soggetti seriali: l’appoggiatore, il palpeggiatore, l’esibizionista, l’asciugone, l’estenzionista, il pole dancer, il cat – caller, il pedinatore, il sussurratore (vedi il video sopra).

Per ogni categoria, l’ente ha cercato di tratteggiare delle precise linee descrittive dei momenti e dei comportamenti che, ogni giorno, si generano, su autobus, metropolitano, treni e altri vettori. Luoghi prediletti, profilo psicologico, paranoie, possibili reazioni di lei e di tutti sono le azioni messe in luce. Ci sono tutti, ci siamo tutte. Il grido di aiuto è stato lanciato, e a raccoglierlo nella rete, sono anche uomini, di quelli che fanno parte di un network virtuoso di centri sportivi e istruttori che offrono corsi di autodifesa a chi si associa.  A questo si associa la possibilità di ricevere un sostegno attraverso lo Sportello TiAscolto  che offre ascolto psicologico,counseling e psicoterapia a tariffe sostenibili.

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