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Nomine europee: chi ha vinto e chi ha perso

Nomine europee. Tutti i nomi che guideranno le istituzioni della “nuova Europa”. Ecco chi ha vinto e chi ha perso.

Nomine europee: tutti i nomi

Con l’elezione dell’italiano David Sassoli (PD) alla Presidenza del Parlamento Europeo, si chiude il giro di nomine ai vertici delle istituzioni europee. Poche le novità, ma eclatanti, molte le conferme. La prima grande novità è certamente la nomina di due donne, la tedesca Ursula von der Leyen e la francese Christine Lagarde, rispettivamente alla presidenza a capo della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea (BCE). Alla presidenza del Consiglio Europeo va il liberale Charles Michel. Lo spagnolo Joseph Borrell è il nuovo Alto rappresentante per la politica estera. I nuovi Vicepresidenti vicari della Commissione sono il socialista Frans Timmermans e la liberale Margrethe Vestager.

Chi ha vinto, chi ha perso

Popolari, socialisti, liberali. Basta dare una veloce scorsa ai nomi per capire subito due cose: le famiglie politiche tradizionali hanno fatto il pieno, i sovranisti non hanno toccato palla. Questo dato non dovrebbe sorprendere, in quanto è in linea con i risultati elettorali delle recenti elezioni europee. Infatti, al di là dei prematuri proclami di vittoria e roboanti promesse di stravolgere l’Europa che arrivavano dalle fila sovraniste, gli elettori europei hanno relegato i partiti sovranisti in un quinto del Parlamento Europeo. Quattro europei su cinque hanno votato per i partiti tradizionali. Dunque, nulla di inatteso. Ma senza fare troppo sforzo è possibile leggere tra le righe qualcosa di più. Vediamo di cosa si tratta.

Rigorismo batte ancora sovranismo. Pochissimo spazio per le vie di mezzo

L’elezione di Ursula von der Leyen alla Commissione Europea è una vittoria schiacciante di Angela Merkel. Il nuovo Presidente è infatti ex ministro della difesa della Cancelliera tedesca e soprattutto sua fedelissima. Christine Lagarde, nuovo Presidente della BCE, ha diretto fino poche ore fa il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Si tratta dunque di due figure di altissimo livello che si sono distinte come alfieri del rigore in economia. Ora, se la pretesa sovranista di sfasciare l’Europa e farne una confederazione di Stati sovranisti è sconfessata dalla realtà, tuttavia, alla vigilia del voto europeo, anche fuori dal fronte sovranista vi era una forte aspettativa che il “rigorismo” in economia fosse sensibilmente rivisto dalla “nuova Europa”. Rispetto dei parametri insomma, ma associando buon senso e primato della politica. Questa era ed è la richiesta.

L’opzione Frans Timmermans, un’occasione mancata

L’eventuale elezione del socialista Frans Timmermans alla Presidenza della Commissione poteva rappresenta una svolta in questo senso. Ma proprio i più aspri denigratori del rigorismo, ossia i sovranisti del Gruppo Visegrad, hanno opposto il loro “niet”. Probabilmente, sul piano elettorale, per costoro è più conveniente mantenere in essere la narrazione dell’Europa cattivona piuttosto che confrontarsi coi problemi reali e provare a risolverli. E in questo senso, l’eventuale continuazione dell’intransigenza rigorista potrebbe fornire ossigeno ai focolai antieuropei che, seppur fortemente ridimensionati, sono numerosi e attivi, molto attivi.

Il caso Italia, condannata all’isolamento

In Italia il fronte sovranista ha vinto nettamente le scorse elezioni europee. Ma il computo dei voti è complessivo, non nazionale. Quindi i sovranisti nostrani, che governano ancora con un largo consenso interno, non sfuggono all’insuccesso sovranista in ambito europeo. Risultato: irrilevanza assoluta. L’unico colpo messo a segno dall’Italia viene infatti dall’opposizione, esattamente dal Partito Democratico: l’elezione di David Sassoli a Presidente del Parlamento Europeo.

Mauro Pasquini

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