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Benjamin Netanyahu primo ministro Israele

Netanyahu: cos’è successo in Israele

La fine di un regno durato dodici anni. Benjamin “Bibi” Netanyahu, ora 71enne, non sarà più il primo ministro di Israele, carica ricoperta ininterrottamente dal 2009. All’epoca prese il posto di Ehud Olmert. Per il premier più longevo della storia (ha superato anche il record del padre della patria, Ben Gurion), è un duro colpo. Il leader del Likud, i conservatori israeliani, è riuscito a scavalcare una lunga serie di avversità in tanti anni. Ora rischia di risultargli fatale l’accordo di tutti i partiti all’opposizione, che hanno formalizzato un patto di governo, stando alle parole di Yair Lapid, leader della formazione centrista Yesh Atid.

Una sorta di larghe intese che sblocca lo stallo post elezioni. L’alleanza va dalla sinistra di Meretz alla destra di Yamina, guidato da Natfali Bennett, ex alleato e ora nemico giurato del premier. E che soprattutto dovrebbe prenderne il posto, diventando primo ministro per due anni e attuando una staffetta con Lapid. Una maggioranza trasversale che, secondo quanto sperano i sostenitori di Netanyahu, difficilmente reggerà a lungo. Resta un fatto politico: è stato messo un punto nella storia di Israele e in quella di Netanyahu. Un leader che nella sua storia vanta anche il primato di essere stato il più giovane primo ministro israeliano (nel 1996 assunse la carica a 46 anni per poi finire il mandato nel 1999 e riprendere il filo dopo un decennio).

Una storia di attacchi nella Striscia di Gaza

Il numero uno dei conservatori è tornato di recente al centro della politica internazionale con le operazioni militari contro Hamas nella Striscia di Gaza. Un’iniziativa che ha indebolito l’organizzazione palestinese, provocando proteste degli attivisti per i diritti umani. Del resto, negli anni della sua leadership, le offensive contro i miliziani (con annesse vittime civili) sono state un leitmotiv: lunghi periodi di alta tensione, ma di sostanziale tregua, e poi attacchi militari in risposta alle provocazioni di Hamas. La disamina di dodici anni di governo è inevitabilmente complessa, specie se si tratta di affrontare il nodo dei diritti umani. Le bombe delle settimane scorse sono una testimonianza del suo modus operandi. Del resto fin dall’inizio del suo mandato, la popolazione negli insediamenti nei territori palestinesi è cresciuta costantemente. E inoltre non ha mai nemmeno lesinato bombardamenti ai nemici. Due, in particolare, sono i momenti storici che hanno contraddistinto i rapporti di Netanyahu con i palestinesi.

Nel 2012 c’è stato il via libera a “Colonna di Nuvola”, operazione ritenuta la più imponente dopo Piombo Fuso del 2008: ai razzi di Hamas, l’esercito di Tel Aviv ha replicato con massicci bombardamenti. Il bilancio è stato di oltre 150 vittime tra i palestinesi. Ma nell’estate 2014 è avvenuto di peggio: è scattata l’operazione Protective Edge, dall’8 luglio al 26 agosto, violentissima risposta ai razzi lanciati da Gaza. Le vittime palestinesi, secondo per i diritti umani delle Nazioni Unite, sono state 2.251, di cui 1.462 civili. Significative anche le perdite degli israeliani, con un totale di 72 morti, di cui 6 civili. Solo a fine agosto è stata siglata un’intesa per la cessazione degli scontri.

Da Obama a Trump

La politica di Netanyahu è stata quindi caratterizzata dai rapporti sempre tesi con Hamas. La decisione di dichiarare Gerusalemme capitale dello Stato di Israele era, nelle sue intenzioni, “un passo verso la pace”, mentre per i palestinesi è stato l’ennesimo atto ostile. Il leader dei conservatori, in questi anni, ha dovuto anche rapportarsi a due diversi presidenti degli Stati Uniti: con il democratico Barack Obama non c’è stata mai feeling, anzi non sono mancati i momenti di tensione. La linea dell’ex numero della Casa Bianca era quella di portare avanti dei concreti passi diplomatici, arrestando prima di tutto la crescita degli insediamenti.

Le cronache raccontano di scontri verbali, anche forti, e di vertici saltati per il disaccordo tra le parti. Una sinfonia decisamente cambiata con l’arrivo del repubblicano Donald Trump alla Casa Bianca, con cui l’intesa è stata istantanea e si è infatti dimostrato un solido alleato. Non a caso ha avallato l’idea di dichiarare Gerusalemme capitale indivisa di Israele, annunciando al contempo un percorso di pace con i palestinesi. Ma molto favorevole agli israeliani.

Le accuse contro Netanyahu

La parabola di Bibi sta vivendo da tempo una fase calante, nonostante la buona gestione della pandemia (Israele è stato un modello per la campagna di vaccinazione). Su di lui pendono le accuse di corruzione, frode e abuso d’ufficio per cui è finito in Tribunale. Stando ai capi di imputazione, avrebbe accettato donazioni da uomini di affari in cambio di interventi legislativi a loro favore.

Nonostante i guai giudiziari, Netanyahu è riuscito a conservare un grande consenso: dal 2019 ci sono state quattro elezioni per il rinnovo della Knesset, il Parlamento israeliano, e il Likud ha sempre ottenuto risultati soddisfacenti, garantendo la permanenza del suo leader alla guida del Paese, sebbene con maggioranza fragili. Nemmeno il tentativo di creare l’unità nazionale con il suo avversario Benny Gantz ha sortito gli effetti sperati: dopo pochi mesi, si è tornati alle urne. Fino all’amaro epilogo di questo 2021: il partito del premier in carica è stato il primo in termini di consensi, ma non è riuscito a formare una maggioranza. Così tutti gli avversari si sono uniti. E hanno messo ai margini, per la prima volta dal 2009, l’eterno Bibi.

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