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Manifestazioni Myanmar

Myanmar: dal colpo di Stato alle proteste, cosa succede

Il colpo di Stato ha provocato una sollevazione popolare in Myanmar, l’ex Birmania. Con la risposta repressiva dell’esercito tornato al potere. Tanto che le Nazioni Unite hanno espresso “preoccupazione” sull’operato della giunta militare.

“Chiedo alle forze di sicurezza di rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali, compreso il diritto all’assemblea pacifica e alla libertà di espressione”, ha affermato Ola Almgren, coordinatore residente delle Nazioni Unite e coordinatore umanitario in Myanmar. Parole che giungono dopo il terzo giorno di manifestazioni nel Paese, in segno di protesta contro il golpe. Nelle strade della Capitale Nay Pyi Taw (Naypyidaw) sono scese migliaia di persone e c’è stata la proclamazione di uno sciopero. E non solo. L’onda del dissenso si è estesa in molte altre città.

Cosa è successo in Myanmar

Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi (© Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons)

L’1 febbraio c’è stata la destituzione, e il conseguente arresto, del premio Nobel e leader del partito di governo, Aung San Suu Kyi e del presidente Win Myint. L’azione dei militari, ordinata dal generale Min Aung Hlaing, è stata portata al termine in poche ore, con la presa del potere e la sospensione dei diritti democratici che si stavano acquisendo dopo anni di dittatura. La Lega nazionale per la democrazia, il partito Aung San Suu Kyi, aveva conquistato il potere alle elezioni dello scorso novembre. Ottenendo peraltro una netta maggioranza con 368 seggi.

Il partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, riconducibile all’esercito, aveva conseguito un esiguo numero di rappresentanti. Di fatto una debacle, che ha scatenato la reazione del generale Min Aung Hlaing: prima c’è stata la richiesta di una verifica del risultato. Ma quando la commissione preposta al controllo ha negato che ci fossero stati brogli, il numero uno dell’esercito ha impartito l’ordine di rovesciare il governo. E incarcerare i principali esponenti.

La protesta popolare contro il colpo di Stato

Gli elettori, però, non hanno accettato il golpe e sono scesi in strada per manifestare. Le forze di sicurezza hanno così avviato una massiccia opera di repressione. In varie città, tra cui alcuni distretti di Yangun (in passato Rangoon), Mandalay e Monywa è stata imposta la legge marziale che concede così mano libera ai militari contro i cortei. È stato anche segnalato, nelle ultime ore, l’attacco alla sede dell Lega nazionale per la democrazia.

Myanmar proteste

Almgren, da parte dell’Onu, ha rilanciato l’appello del Segretario generale, António Guterres, affinché la giunta militare rispetti la volontà del popolo del Myanmar, favorendo le norme democratiche. Il generale Min Aung Hlaing, nel suo primo discorso televisivo dopo il colpo di Stato, ha respinto le accuse e promesso l’organizzazione di nuove elezioni, parlando allo stesso tempo di una nuova commissione elettorale per verificarne l’esito. Nell’intervento ha rilanciato l’accusa di brogli e ha chiesto alla popolazione di seguire “i fatti”.

Chi è Min Aung Hlaing

Il capo della giunta militare, Min Aung Hlaing, è stato l’uomo che ha guidato la transizione democratica nel Paese dal 2011, dopo quasi 50 anni di dittatura. Dal colpo di Stato del 1962 la situazione non era mai realmente cambiata, nonostante le riforme concesse e la Costituzione varata nel 1973 ed entrata in vigore nel 1974. Nonostante l’indebolimento progressivo dei leader dell’esercito, sono fallite anche le proteste del 1988, quando ci furono forti rivolte popolari che sembravano destinate all’abbattimento del regime.

Insomma, un processo democratico tutt’altro che semplice, che ha visto l’esercito sempre al comando e Aung San Suu Kyi nel ruolo di oppositrice all’insegna della non-violenza: nel 1990, dopo la vittoria delle elezioni, fu arrestata. L’anno successivo è stata insignita del Nobel per la Pace. Il suo attivismo non è mai cessato: nel 2011, con l’inizio della transizione, ha acquisito un ruolo centrale nella vita politica del Myanmar. La prima vittoria risale al novembre 2015, quando ci sono state le prime verr elezioni dal 1962. Un trionfo macchiato successivamente dalle reticenze sul genocidio dei Rohingya. Ma che l’hanno lasciata come punto di riferimento. Il cammino verso una democrazia compiuta ha subito ancora un stop brusco con il ritorno al regime militare. E un intero Paese in subbuglio, peraltro sempre più scacchiera delle tensioni sull’asse Stato Uniti-Cina. L’insediamento di Joe Biden ha fatto salire il livello di allarme a Pechino sulle possibili tentazioni di processi democratici nell’area. A danno dei rapporti con la Cina.

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