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Moro: rapito dalle BR, ucciso dalla Guerra fredda

Il 16 marzo di 41 anni fa veniva rapito Aldo Moro e sterminata la sua scorta. 55 giorni dopo, il ritrovamento del cadavere dello statista. Per anni la versione ufficiale ha individuato i responsabili nelle sole Brigate Rosse. Ma una serie di elementi emersi nei decenni, nelle successive inchieste parlamentari e da testimonianze dirette, raccontano un’altra realtà, che parla di Guerra fredda e di modifica degli equilibri internazionali.

All’inizio degli anni Settanta la popolarità di Aldo Moro è solo in parte intaccata dall’instabilità politica e dal malcontento generale provocato dalla crisi economica, che invece ha colpito duramente il su partito, la DC, e più in generale la coalizione di governo. Dall’altra parte dell’arco parlamentare vi è un PCI in ascesa nel consenso popolare e con il suo segretario, Enrico Berlinguer, pronto a sfruttare il clima propizio per compiere il grande passo: trasformare il partito in forza di governo.

L’aria generale di reazione alle recenti conquiste sociali nel mondo del lavoro, e in seguito l’iperattivismo di Washington nel rovesciamento del governo socialista in Cile (11 settembre 1973), convincono i due leader che è necessario trovare in fretta una soluzione comune, al fine di prevenire in Italia eventuali azioni eterodirette con finalità eversive.

Moro tende la mano a Berlinguer, che ricambia. Entrambi devono sfidare le feroci resistenze nei rispettivi partiti.

Ma è qui che “inizia” il rapimento di Moro, almeno quattro anni prima di Via Fani. In tempi di Guerra fredda, infatti, la possibilità che il PCI potesse andare al potere per via elettorale era vista come una minaccia inaccettabile dagli USA e come un’eresia politica intollerabile da parte dell’URSS. Per gli USA sarebbe stata sconfessata la supremazia del capitalismo e messa in pericolo la loro egemonia in Occidente; mentre l’URSS avrebbe visto sconfessare la supremazia dell’ideologia rivoluzionaria, con il rischio che la voglia di democrazia potesse contagiare i suoi satelliti nell’Europa dell’est.

Nei giorni 25-28 settembre 1974, in veste di Ministro degli Esteri, Aldo Moro accompagna il Presidente della Repubblica Giovanni Leone in visita ufficiale negli USA. Sono accolti dal neo-eletto Presidente Gerald Ford e dal potentissimo Segretario di Stato Henry Kissinger. In questo frangente le cose vengono messe chiaro una volta per tutte. Moro è accompagnato in una stanza riservata dell’ambasciata. Lo raggiunge Kissinger. La risaputa brutalità del Segretario di Stato non lascia alcuno spazio alle interpretazioni. Secondo Gero Grassi, membro della seconda commissione parlamentare sul caso Moro, sono queste le parole di Kissinger rivolte a Moro:

«Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. O lei smette di fare queste cose o la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere. Questo è un avvertimento ufficiale».

Moro trasecola. I due si congedano. Kissinger lo precede sorridente, nuovamente immerso nell’atmosfera mondana del ricevimento. Sergio Flamigni, ex senatore comunista e membro della prima commissione parlamentare sul caso Moro, riferisce (vedi minuto 40:20) che Vittorio Gorresio, inviato della Stampa al seguito della delegazione italiana, nota lo sgomento di Moro, che pallido in volto gli confida: «la situazione è molto pesante». Nell’aria festaiola della serata Gorresio riesce ad avvicinare Kissinger. La prende larga. Imbastisce un discorso sui comunisti italiani, definendoli ormai come dei tranquilli socialdemocratici e chiedendosi il perché di questa chiusura irremovibile da parte degli USA. Kissinger lo interrompe bruscamente, cambiando espressione e dicendogli con tono di rimprovero: “tutta finzione! I comunisti vanno combattuti fino in fondo. E questi non ci danno garanzie”. Questi: Moro e la DC.

Il 16 marzo 1978 è poi andato in scena un copione scritto “in ambito internazionale” e interpretato dalle Br italiane e soprattutto dalla RAF, formazione terroristica tedesca di estrema sinistra; come riferisce Beppe Fioroni, Presidente della seconda commissione Moro. Il 9 maggio in via Caetani a Roma si ha il noto epilogo. Difficile non immaginare l’aria di compiacimento che doveva tirare da entrambi i versanti della Cortina di Ferro.

Mauro Pasquini

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