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Moda sostenibile: ma sappiamo cosa indossiamo?

Nel grande tema della sostenibilità quello della moda sostenibile è uno dei più all’attenzione di tutti perché senza vestiti non si può stare come il cibo, l’acqua e le altre necessità quotidiane. Ce ne stiamo occupando sistematicamente per capire come il mondo della moda si stia posizionando rispetto alla questione se esiste una moda sostenibile, come si possono produrre tessuti sostenibili e dunque abiti che non danneggino l’ambiente nè nella fase produttiva nè in quella del riciclo.

L’argomento è vastissimo e delicatissimo perchè al di là degli aspetti economici e di quelli di immagine dei vari brand, ci sono aspetti sanitari che possono ripercuotersi sulla nostra salute. E che solo da pochissimo sono stati portati alla nostra attenzione.

 

Swedish fast-fashion brand promises to go sustainable

E veniamo a cosa indossiamo. La lista delle sostanze chimiche è lunga, 12 mila addirittura e 2 mila sono tossiche. Qualche nome? Formaldeide, Ftalati, Apeos, Fitofarmaci. E poi Antistatici, ignifuganti, batteriostatici, antimuffa e via dicendo. In quantità eccessive ognuno di questi componenti può causare malattie e disturbi gravi o gravissimi: cancro, problemi di fertilità, tossine, e dermatiti come dimostra una indagine della Società italiana di dermatologia allergologica professionale e ambientale (Sidapa).

Che parla di vari tipi di problemi della pelle: dermatite irritativa che deriva dal contatto temporaneo con l’indumento provocata soprattutto dai coloranti e per liberarsi della quale basta togliere l’indumento. La dermatite allergica da contatto che è una vera reazione allergica ad una o più sostanze, tipo il nichel (negli inserti di metallo). Bisogna segnalarle ad un medico che provvederà ad adottare le soluzioni più giuste.

Negli ultimi 15 anni il numero di pezzi di abbigliamento prodotti nel mondo è passato da 50 a 100 miliardi all’anno. E solo l’1% di quelli dismessi viene avviato al riciclo perché la qualità ed i materiali utilizzati sono sempre meno adatti: sempre meno tessuti animali (che sono riciclabili) e sempre più tessuti chimici che non lo sono. Abiti che avessero anche 9 mesi di vita in più rispetto a quelli tradizionali avrebbero un impatto ambientale minore del 20 per cento.

Vestiti

Produzione vestiti in India

La Fast Fashion, la moda di consumo veloce una volta utilizzata finisce in discarica o negli inceneritori. Ed in Italia rappresenta il 20% del mercato, per circa 50 mila aziende che lavorano nel mercato della moda. Nel nostro Pese esistono i cassonetti per i vestiti da mandare al riuso dopo essere stati sanificati da aziende e cooperative specializzate, sono 30 mila circa, ma ben 4mila sono abusivi per cui di tanti vestiti non si sa che fine fanno. Come spesso accade in Italia le leggi ci sono, dunque anche quelle sugli abiti usati, ma mancano i controlli.

 

Vestiti

Indumenti intimi femminili usati

Che si può fare?

Magari cercare di comprare abbigliamento realizzato in Italia o comunque  in Europa. Senza dubbio cercare i prodotti di quelle aziende che si sono provviste del marchio di qualità; evitare di comprare roba che costa davvero troppo poco. Diffidare dai capi venduti ad un prezzo molto basso.

Chi sa di essere allergico sarebbe bene non indossasse capi troppo colorati, troppo scuri (per esempio blu) in particolar modo se si tratta di intimo. In generale cercare di non indossare indumenti 100% sintetici.

 

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