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Moda e sostenibilità: un’accoppiata possibile?

Moda e sostenibilità. Le grandi firme provano a darsi un’anima green. Il patinato mondo del fashion chiama a raccolta creativi e professionisti per ripensare se stesso e il proprio modello industriale. Un obiettivo realizzabile? E da dove partire? Ecco cosa si muove.

Moda e sostenibilità: cosa si muove

“Oggi mia suocera Audrey Hepburn sarebbe dalla parte di Greta”. Parola di Martina Spadafora, famosa stilista italiana, nuora della celeberrima attrice britannica e coordinatrice di Fashion Revolution Italia, braccio italiano dell’organizzazione che promuove un’industria della moda consapevole, che “valorizzi in egual misura le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto”. Insomma, il patinato mondo della moda, universalmente considerato il regno dell’effimero, prova a darsi un’anima green. Una sfida titanica che coinvolge designer, accademici, scrittori, imprenditori, politici, marchi, rivenditori, operatori di marketing, produttori, maestranze e semplici amanti della moda. Un primo obiettivo sembra essere stato raggiunto: la nascita della Carta della moda etica. Vediamo di cosa si tratta.

La Carta della moda etica: le multinazionali della moda diventano green?

Promosso da Stella McCartney, stilista e figlia del “Beatles” Paul, il documento raccoglie l’adesione di 40 grossi marchi internazionali tra cui Adidas, Burberry, Esprit, Guess e Gap, Stella McCartney, H&M Group, Kering Group. È stato lanciato lo scorso 10 dicembre a Katowice, in Polonia, durante il vertice ONU sui cambiamenti climatici. Oltre ai più noti obiettivi dell’agenda 2030 dell’ONU, la Carta della moda etica impegna i firmatari alla “selezione di materiali rispettosi del clima e sostenibili, al trasporto a basse emissioni di carbonio, ma anche ad accompagnare i consumatori alla consapevolezza su tali problematiche”.

Da dove partire, al di là delle parole

In qualunque settore, l’idea alla base della sostenibilità è creare un sistema sostenibile a tempo indeterminato, sia in termini di impatto ambientale che di responsabilità sociale. Anche nell’ambito della moda questo significa ricerca di materiali ecologici e rinnovabili, di una qualità tale da non risultare dannosi per l’ambiente e per la salute delle persone, e in una quantità da rappresentare il minimo spreco di risorse naturali. Nel concreto, si comincia dal non impiegare sostanze tossiche nella produzione degli indumenti. Spesso hanno nomi strani, ma che tutti dovrebbero conoscere. Vediamo quali sono.

Quali sono le sostanze tossiche presenti negli indumenti

La Ammine aromatiche. Sostanze cancerogene bandite nella UE a partire dai primi anni Novanta, ma che ancora vengono individuate in alcuni capi. Esiste un elenco di ben 24 differenti composti ragolamentati in gran parte del mondo. Anche in Cina. Ci sono poi gli alchilfenoli etossilati, inquinanti per la fauna acquifera. Questi sono regolamentati solo in Europa. Nel resto del mondo vige il far west. I metalli pesanti sono presenti negli indumenti di bassa qualità e provenienza sconosciuta. Il Dimetilfumarato è un potente antimuffa impiegato per la conservazione delle fibre naturali durante periodi di stoccaggio prolungati. Si tratta di una sostanza che provoca forti allergie.

Red

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