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Moda e diritti umani: ancora non ci siamo

Moda e diritti umani ancora non ci siamo. L’argomento è molto caro a Impakter Italia sin dall’inizio della sua storia, perché ci occupiamo costantemente del rapporto tra la moda e la sostenibilità in tutte le sue forme. Riguardo ai diritti umani c’è ancora una strada difficile da intraprendere, visto che ancora accade quello che è successo alla famosa ditta svedese di fast fashion H&M che  – secondo alcuni giornali inglesi tra i quali The Indipendent – avrebbe interrotto in queste settimane un rapporto “indiretto” con un fornitore di cotone in Cina dopo le accuse di “lavoro forzato” rivolte a questo fornitore.

Le accuse documentate, all’inizio del 2020, da un gruppo di avvocati e da un gruppo per i diritti umani all’ HM Revenue and Customs (Agenzia delle entrate e delle dogane) descriveva in dettaglio le “prove schiaccianti e credibili riguardanti la portata e la gravità del regime del lavoro forzato nello Xinjiang“, dove i musulmani uiguri vengono messi a lavorare nelle fabbriche. Sessanta pagine in cui, alla fine, si chiedeva al governo britannico di vietare l’importazione di “prodotti di cotone prodotti con il lavoro forzato in Cina“.

Uiguri – @flickr.com/photos/travelingmipo

La situazione degli Uiguri in Cina

L’Onu ritiene che lo Xinjiang sia la sede di potenziali violazioni dei diritti umani contro le minoranze musulmane. Esperti dell’ONU e gruppi per i diritti umani stimano che le autorità cinesi abbiano arrestato almeno un milione di uiguri e altri musulmani turchi. La Cina insiste sul fatto che questi campi sono volontari e sostiene che si tratta di una misura necessaria per prevenire il terrorismo, ma è stata accusata di esagerare la minaccia per giustificare le sue azioni.

Gli attivisti sostengono che gli uiguri siano detenuti in centri che il governo ha descritto come “campi di rieducazione”, che spesso includono la formazione professionale. I gruppi per i diritti umani dicono, inoltre, che una volta “diplomati” da questi campi, le persone vengono mandate a lavorare nelle fabbriche, vivono in dormitori dove sono sorvegliate 24 ore al giorno e non possono tornare alle loro case.

L’impatto della vicenda non è secondario. La Cina produce un quinto del cotone del mondo e più dell’80 per cento del cotone proviene dallo Xinjiang. Secondo un rapporto del Centro di studi strategici e internazionali, i documenti statali indicano che il governo sta “aumentando significativamente” la produzione di tessuti e vestiti, in parte attraverso l’uso di lavoratori sottopagati.

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Le altre aziende

Sulla questione moda e diritti umani sono diverse le aziende che avrebbero avuto dei problemi. Nike, Gap, Patagonia e PVH – proprietario di marchi da Calvin Klein a Tommy Hilfiger – sono stati tra quelli citati, secondo i gruppi di legali, che sono stati legati alla questione del lavoro forzato proveniente dalla Cina. Solo per una citazione interna, la H&M compare sulle pagine di Impakter Italia per una storia legata ad una presunta questione di “greenwashing” rispetto ad una campagna, “Conscious” della quale abbiamo scritto qui.

Un rapporto dell’Istituto australiano di strategia politica (ASPI) di due anni fa sosteneva che “le fabbriche ricorrono al lavoro forzato degli uiguri come parte di un meccanismo di trasferimento diretto dallo stato (cinese), rappresentando una macchia che infanga le catene di produzione globali”. Nella lista delle case di moda stilata dal rapporto ci sono nomi come H&M, Zara e Uniqlo, tra le grandi catene, Adidas, Puma, Li Ning, Skechers, The North Face per lo sport outdoor. E poi Abercrombie&Fitch, Lacoste, Jack & Jones, Polo Ralph Lauren, Victoria’s Secret.

Va detto che VF (casa madre di The North Face) e The North Face non hanno mai avuto rapporti commerciali con Nanjing Synergy Textiles. VF ha terminato il suo rapporto con la società madre, Victory City Holdings International, nel luglio 2016, due anni prima delle notizie dell’ottobre 2018 sui lavoratori dello Xinjiang a cui si fa riferimento nel rapporto ASPI e nel luglio di quest’anno ha espresso chiaramente le sue contrarietà ad alcune notizie riportate nel rapporto ASPI.

La situazione in Italia

E tra le italiane sono citate Fila, Zegna e Cerruti 1881 anche se di italiano in questo caso c’è solo il nome del creatore della casa di abbigliamento, Nino Cerruti, che ha sede a Parigi. Come a dire le più conosciute.

Tutte naturalmente negano un coinvolgimento diretto. Per tutte due risposte. Una è della portavoce di Nike Sandra Carreon-John al Washington Post: “Rispettiamo i diritti umani nella nostra catena del valore estesa, e ci sforziamo sempre di condurre le nostre attività in modo etico e responsabile. Ci impegniamo a sostenere le norme internazionali sul lavoro in tutto il mondo. Ai fornitori del gruppo è severamente vietata l’adozione di qualsiasi tipo di prigione, lavoro forzato o servitù”.

L’altra è di Lacoste: “Il Codice Etico che sottoponiamo a tutti i nostri partner vieta l’uso di qualsiasi forma di lavoro forzato o obbligatorio”, indica la direzione a FashionNetwork.com. “Effettuiamo controlli regolari su tutti i nostri partner e subappaltatori. Ad oggi, nessuno degli audit condotti ha riscontrato l’uso di lavoro forzato nelle fabbriche partner di Lacoste. Tuttavia, come azienda con principi etici e processi di controllo rigorosi e strutturati, stiamo ovviamente investigando in profondità, dall’interno e con i nostri fornitori, i dettagli di questo rapporto”.

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