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Migranti barcone

Migranti: le storie shock di chi sopravvive ai naufragi

Una nave di migranti affondata, sulle coste della Mauritania, davanti ai suoi occhi con 62 persone a bordo annegate. È questa la storia raccontata da Sulayman (nome di fantasia), 18 anni, vissuta in prima persona. “C’erano due pescherecci, hanno visto che stavamo affondando, ma non ci hanno aiutato. Non riesco a dimenticarlo”, ha spiegato Sulayman. E la testimonianza di Samba (anche per lui si tratta di un nome fittizio) è altrettanto traumatica: sull’imbarcazione colata a picco c’erano otto familiari, che non ha potuto salvare. Li ha visti morire, sapendo di non poterli nemmeno seppellire. Racconti agghiaccianti che segnano le vite dei sopravvissuti, rischiando di comprometterle per sempre dal punto di vista psicologico.

La partenza dal Gambia per cercare una vita migliore

Le principali destinazioni scelte per migrare

Le Nazioni Unite hanno preso come tragico esempio queste due storie per sottolineare il dramma dei migranti scampati ai naufragi. L’Onu ha così illustrato il progetto di supporto psicologico offerto ai sopravvissuti. In questo caso i due giovani sono del Gambia, dove il tasso di povertà superiore al 48% costringe le persone a cercare fortuna altrove. Chi riesce a raggiungere Paesi più sviluppati, secondo le stime sono almeno 90mila gambiani, invia un sostegno economico alle rispettive famiglie. Con un contributo complessivo all’economia pari al 20% del Prodotto interno lordo.

La Banca mondiale descrive infatti il Gambia come un Paese “fragile”, con diverse sfide di sviluppo sostenibile a lungo termine. Su tutti la necessità di un’economia diversificata per settori, un miglioramento dell’attuale cattiva governance, un aumento dell’accesso alle risorse e un miglioramento di competenze attraverso un sistema di istruzione. Ogni anno, molti giovani gambiani partono per tentare di raggiungere l’Europa: oltre 35mila gambiani sono arrivati ​​nel Vecchio Continente, usando qualsiasi mezzo a disposizione (in particolare barconi), tra il 2014 e il 2018.

I traumi per i migranti sopravvissuti

“La vista dei relitti è tra le esperienze di vita più traumatiche. Tali eventi possono comportare un rischio maggiore per una vasta gamma di condizioni di salute mentale spesso esacerbate dalla migrazione, un’altra esperienza di vita stressante di alto rango”, ha spiegato Gaia Quaranta è una psicologa che lavora per l’Oim, l’agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, nella regione dell’Africa occidentale e centrale.

La migrazione resta comunque difficile: i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite per la migrazione, Unhcr evidenziano che migliaia di migranti sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa, durante la traversata del Mediterraneo. La causa? Barche sovraffollate che si ribaltano o affondano. Il picco di vittime, stando alle cifre, è stato raggiunto nel 2016, quando sono morti oltre 4.500 migranti.

Quaranta, tuttavia, ha evidenziato un altro aspetto: “È importante essere consapevoli del fatto che l’impatto psicologico di un naufragio non riguarda solo coloro che sono stati direttamente esposti, i sopravvissuti, ma anche quelli che hanno assistito a tale evento o ne hanno appreso, ad esempio aiutanti, familiari e membri della comunità. L’impatto sulle famiglie è enorme”.

Come supportare i migranti

Il lavoro degli esperti include diversi tipi di interventi di supporto psicosociale, messi “in atto in base alle esigenze identificate”, ha continuato Quaranta. In particolare vengono portati avanti progetti di “consulenza individuale, gruppi di supporto, riferimenti a servizi di salute mentale specializzati, supporto psicosociale a membri della famiglia tra cui donne e bambini, e facilitazione di gruppi di sostegno tra sopravvissuti e familiari”.

Il problema è legato alla possibile ripetizione di eventi del genere, ossia di viaggi finiti in tragedia. I migranti sono spesso consapevoli dei pericoli. Ma la psicologa dell’Oim è molto chiara: “Nonostante le avversità, anche alcuni rimpatriati molto probabilmente tenteranno di nuovo il pericoloso viaggio”. Il motivo è sempre lo stesso: una condizione di vita molto difficile nel proprio Paese.

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