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Microplastiche, cosa si nasconde nelle nostre case?

Una montagna di microplastiche nascoste nelle case. Molte acquattate in bagno, tra i prodotti usati per la cura e l’igiene personale. Glitter per il trucco e le sfere per lo scrub, per esempio, sono tra loro. Ma anche altri prodotti, impiegati quotidianamente come deodoranti e schiume, hanno un elevato impatto ambientale. Perché contengono agenti che finiscono nelle acque, inquinando i mari ed entrano nella catena alimentare dopo essere ingerite dai pesci. Un piccolo grande disastro che si consuma davanti ai nostri occhi, ogni giorno, in maniera inconsapevole. 

L’infografica dell’Unep sulle microplastiche

La ricerca della microplastiche

Per questo motivo la campagna Clean Seas, lanciata da Unep (United Nation environment programme), ha promosso l’iniziativa: “What’s in your bathroom?”, insomma cosa c’è nel tuo bagno? “Potresti notare la plastica utilizzata per confezionare shampoo, trucco, gel doccia e quasi tutti i prodotti per la cura personale che possiedi”, spiegano i responsabili del progetto. Ma non solo: “A un secondo sguardo, potresti iniziare a prestare attenzione ai prodotti di plastica che hai sempre usato tutti i giorni, senza considerare la loro impronta di plastica: spazzolino da denti, rasoio, salviette usa e getta, bastoncini di cotone”. E ancora: “Forse quando guardi ancora più da vicino, noterai che le piccole sfere del tuo scrub per il viso sono fatte di plastica e il tuo ombretto preferito ha anche glitter di plastica”.

Insomma, l’invito è quello di osservare con attenzione gli agenti inquinanti che vengono rilasciati negli scarichi. In questa direzione gli esperti della campagna Clean Seas evidenziano un elemento principale: non tutta la plastica è visibile a occhio nudo. Anzi. Le microplastiche sono infatti di dimensioni inferiori a 5 millimetri, le microsfere sono un tipo di microplastica inferiore a 1 millimetri. Ancora più piccoli sono i nanoplastici, tanto che hanno la capacità di passare attraverso la pelle umana.

Cosa fare contro le microplastiche?

Quindi cosa si può fare? Lo sforzo non è poi così titanico. Prima di tutto esiste un’app, Beat the Microbead (c’è anche il sito www.beatthemicrobead.org), per scansionare i prodotti e scoprire l’eventuale presenza di microplastiche. Per i meno tecnologici è sufficiente scrutare la confezione del prodotto per verificare se è stato realizzato con polietilene (PE), polimetilmetacrilato (PMMA), nylon, polietilene tereftalato (PET) e polipropilene (PP), mettendosi alla ricerca del logo ‘Zero plastic inside’. Una strategia di acquisto consapevole, che vuole favorire un cambiamento dal basso: i promotori della i Clean Seas sono convinti che di fronte a una nuova domanda del mercato, l’industria cosmetica sarebbe chiamata a modificare la produzione, ponendo maggiore attenzione all’impiego di materiali inquinanti.

Il logo che indica zero plastica nei prodotti

“La presenza di rifiuti di plastica e di microplastiche nell’ambiente marino è una questione seria e in rapido aumento, e provoca una preoccupazione su scala globale”, ha affermato Heidi Savelli-Soderberg, che lavora per il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) sulle questioni relative ai rifiuti marini. “Abbiamo bisogno di una risposta urgente – ha spiegato Savelli-Soderberg – da parte di tutte gli attori interessati, compresi i consumatori, tenendo conto dell’approccio al ciclo di vita del prodotto”.

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