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Foto di Sergei Tokmakov, Esq. da Pixabay

Mar Tirreno? Una discarica di microplastiche

Il mar Tirreno come una discarica di microplastiche. Con alcune zone ad alta criticità, nonostante in teoria siano lontani da fonti inquinanti. L’allarme è stato lanciato dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ias) di Genova e dall’Università Politecnica delle Marche, nell’ambito del progetto May day sos plastica. “I risultati mostrano che nel tratto di mare investigato, come già evidenziato in varie zone del Mediterraneo –  un bacino semichiuso con un limitato riciclo d’acqua che ne consente l’accumulo – la presenza di microplastiche è ubiquitaria”, riferiscono gli esperti.

La situazione è difficile, insomma, e non risparmia aree potenzialmente poco toccate, come Capraia. In quell’area, nonostante l’ipotetico riparo, c’è la concentrazione più alta: oltre 300mila particelle per chilometro quadrato. Greenpeace, per approfondire la questione, ha quindi avviato la spedizione, in barca a vela, denominata “Difendiamo il Mare”.

Plastica nel mar Tirreno: l’allarme

Un fermo immagine dal video di The Jackal sul riciclo

Non va certo meglio altrove, anzi. “Valori di concentrazione elevati sono stati registrati anche nel porto di Olbia e alla foce del Tevere, con oltre 250 mila particelle per chilometro quadrato, confermando come sia le aree portuali con limitata circolazione che le foci dei fiumi costituiscano zone con elevati livelli di contaminazione da microplastiche”, si legge nel dossier redatto.

“I risultati indicano che i frammenti si accumulano anche in zone teoricamente lontane da sorgenti di inquinamento”, dichiara Francesca Garaventa, referente per Cnr-Ias della ricerca. “Indagini preliminari a differenti profondità nella colonna d’acqua – aggiunge Garaventa – confermano che sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere in pieno il comportamento delle microplastiche in mare che proveremo a realizzare già nella spedizione di quest’anno”.

I risultati: polimeri in polietilene e polipropilene i materiali più ritrovati

Stando a quanto riferito dai ricercatori, i campionamenti sono stati effettuati anche a Ventotene e alla foce del Sarno, a diverse profondità e con strumentazioni differenti. I dati alla fine mostrano variazioni fino a due ordini di grandezza del contenuto di microplastiche, con concentrazioni molto più elevate a 5 metri di profondità rispetto alla superficie. Nel dettaglio dei materiali “la tipologia più frequente di microplastiche riscontrata è rappresentata da frammenti, tra 1 e 3 millimetri e inferiori al millimetro, costituiti soprattutto dai polimeri in polietilene e polipropilene, ovvero le tipologie di plastica più usate”.

Microplastiche. Foto: Greenpeace

“I dati raccolti confermano ancora una volta che il nostro mare è malato a causa dell’inquinamento da plastica”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace. “La pandemia che viviamo – aggiunge Ungherese – ci insegna che non c’è più tempo da perdere: dobbiamo vincere la battaglia della plastica monouso e quella invisibile della microplastica. È inaccettabile che ancora oggi siano presenti sul mercato prodotti di uso comune con microplastiche aggiunte il cui destino è contaminare il mare. L’uso di microplastiche aggiunte intenzionalmente deve essere vietato al più presto”.

La sfida di Greenpeace

Le ulteriori indagini sono in programma durante la campagna “Difendiamo il mare” di Greenpeace, partita dall’Argentario  per fare varie tappe lungo il mar Tirreno centro settentrionale. Il lavoro sarà realizzato insieme ai ricercatori del Cen-Ias di Genova e all’Università Politecnica delle Marche. Greenpeace, infine, ha lanciato una nuova sfida: una petizione per chiedere al Ministero dell’Ambiente di sostenere la proposta dell’Echa sulle microplastiche.

Lo scopo è quella di migliorare il testo, inserendo un divieto anche per l’uso di plastiche liquide, semisolide o solubili. Un impegno per applicare subito e praticamente il principio di precauzione. Ed è una battaglia fondamentale: le microplastiche entrano nella nostra catena alimentare, perché ingerite dai pesci. Il motivo? Nemmeno gli impianti di depurazione riescono a intercettarle.

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