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glifosfato

Ma il glifosfato fa male o no?

Glifosfato: fino a qualche anno fa una parola riservata a pochissimi eletti nel campo della chimica ed in particolare di quelli che si occupano di prodotti per l’agricoltura. Monsanto, Bayer ed altre grandi aziende chimiche multinazionali hanno fatto tremare il mondo con le loro gigantesche acquisizioni di terreni sui quali spargere il glifosfato, uno degli erbicidi più diffusi in campo agricolo che viene viene spruzzato sulle colture, come la soia, modificate geneticamente proprio per resistere a dosi copiose dell’erbicida.

Il glifosfato e le aziende produttrici ma soprattutto la Monsanto che nel frattempo è stata acquisita dalla Bayer, ha fatto tremare il mondo quando Dewayne Johnson un giardiniere californiano di 46 anni nel 2018 ha portato la Monsanto in tribunale con l’accusa che l’uso del glifosfato gli aveva indotto il cancro. Ed ha vinto la causa pur vedendosi ridotto il risarcimento in modo clamoroso: da 289 milioni di dollari, a 78 ed infine a 20 milioni. E l’azienda comunque ricorrerà alla Corte Suprema perchè, spiega la Bayer “la decisione della giuria e il pagamento del premio non siano coerenti con le prove presentate e la legge esistente. Monsanto continua a credere che il Roundup (il nome commerciale) sia un prodotto sicuro ed efficace, una posizione sostenuta da quarant’anni di risultati scientifici”.

Ed è questo il vero nodo del problema: a chi credere?

Pericolo sì pericoloso no

Nel 2015 uno studio dell‘Agenzia delle Nazioni Unite per la ricerca sul cancro la Iarc, inserì il glifosfato tra le sostanze “probabilmente cancerogene”. Nel 2020 un’altra analisi importante del tossicologo Christopher Portier, ex direttore del National Toxicology Program americano ha confermato quel “probabilmente:” Il glifosato sarebbe suscettibile di scatenare tumori nei roditori secondo la rianalisi dei test forniti alle autorità di regolamentazione”

Conclusioni importanti. Perchè gli stessi test sono stati utilizzati come base per le opinioni delle autorità di regolamentazione, in particolare quelle europee e americane. Autorità che hanno ritenuto all’unanimità, che il glifosato non ha alcun potenziale cancerogeno. Nel 2017 il Comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi (Plants, animals, food and feed committee (Paff) aveva votato il rinnovo dell’autorizzazione all’utilizzo del glifosfato in agricoltura per cinque anni e non per dieci come voleva la Commissione europea. L’Italia all’epoca votò contro perchè nel nostro paese c’era già un allarme su questa sostanza. Allora il  ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, spiegò così, all’agenzia di stampa Ansa la posizione italiana: “Abbiamo votato contro il rinnovo oggi perché siamo convinti che l’utilizzo di questa sostanza vada limitato. L’Italia già adotta disciplinari produttivi che limitano l’uso del glifosato a soglie inferiori del 25 per cento rispetto a quelle definite in Europa al fine di portare il nostro Paese all’utilizzo zero del glifosato entro il 2020”.

L’Europa sta discutendo proprio in queste settimane sul possibile rinnovo dell’autorizzazione. Una possibilità concreta secondo quanto riportano i risultati di un massiccio studio sulla sicurezza realizzato dalle autorità di Francia, Olanda, Svezia e Ungheria. Secondo questa analisi, il glifosfato non è cancerogeno, mutageno né tossico per la riproduzione che se rimangono i possibili gravi danni agli occhi umani e la tossicità per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata. Lo studio è stato presentato dai quattro paesi membri ma è basato sulle prove delle aziende produttrici.

Ed allora? Forse si può fare una riflessione.

glifosfato

@piqsels.com

Marco Ferrari è un biologo, giornalista, attivista ed esperto di tematiche alimentari, da anni impegnato per l’ambientalismo scientifico. Su Today.it ha scritto ” La fuffa della biodinamica e il glifosato non cancerogeno”. Il cuore di questo pezzo è questo:” Forse è venuto il momento di smetterla con la falsa contrapposizione fra ‘biologico’ e ‘chimico’ e di affrontare il tema nel complesso, contrapponendo casomai l’agricoltura tecnologica, quella che sulla base delle evidenze scientifiche ha il minor impatto sull’ambiente, con altre pratiche, ‘bio’ o non, che invece magari impattano negativamente su ambiente e salute. Ogm, prodotti fitosanitari di sintesi ecc., se usati in modo rigoroso e scientifico in agricoltura, possono contribuire alla tutela dell’ambiente naturale e della biodiversità molto di più di pratiche tradizionali o esoteriche o comunque non basate sulla scienza. Io vorrei mangiare prodotti buoni, sani e che hanno impattato il meno possibile sull’ambiente durante la loro produzione. Qual è la pratica che garantisce questo? Questa è la domanda a cui dobbiamo rispondere. E la risposta ce la dà la scienza e la tecnologia, non l’agricoltura biodinamica”.

Qui l’articolo completo

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