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Living Breakwaters: una barriera di ostriche per salvare New York

Living Breakwaters. Ecco come le ostriche possono salvare la città di New York, costantemente minacciata dall’innalzamento dei livelli del mare.

New York, Domino Park, quartiere di Brooklyn. Siamo nei pressi di un parco pubblico ricavato da un’ex fabbrica, circondato da grattacieli, locali di ogni tipo e lunghe lingue di cemento dove ogni giorno passano migliaia di auto. Un luogo che a tutto fa pensare tranne che alla tutela dell’ambiente. Eppure, in questo sito, è in corso di realizzazione un progetto che, con brillante creatività, coniuga i quattro cardini della sostenibilità ambientale: la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, la riduzione dell’inquinamento, la salvaguardia della biodiversità e il riciclo. Il nome del progetto è Living Breakwaters. E il protagonista è davvero particolare. Parliamo infatti di ostriche. Trattasi di un’iniziativa “sorella” di quella di cui ci eravamo già occupati in un articolo del nostro Eduardo Lubrano.

L’antefatto storico del progetto Living Breakwaters

Per capire appieno di cosa stiamo parlando è utile iniziare dal passato della Grande Mela. Dalla sua storia di città affacciata sull’oceano. Facendo questo salto all’indietro scopriamo che un tempo “le barriere coralline” di ostriche costituivano più di 89.000 ettari della costa di New York. Da sempre, quelle massicce strutture sottomarine hanno svolto un ruolo cruciale nella protezione della costa delle inondazioni. Una vera e propria meraviglia dell’imbattibile ingegno della natura.

L’avvento dell’industria e la fine della barriera corallina

Poi però, l’avvento e la rapida ascesa dell’industria commerciale non ha risparmiato queste prelibatezze marine. Come in tante altre storie di sfruttamento intensivo, la raccolta divenne sfrenata. Si calcola che i pescatori abbiano dragato più di un miliardo di bivalve all’anno dall’inizio del XX secolo. E questo solo fino agli anni Venti. Infatti, in quel periodo vennero chiusi gli ultimi allevamenti. Già prima della Seconda Guerra Mondiale, a New York, l’inquinamento industriale e l’indurimento del litorale avevano reso le acque costiere della città sempre più inospitali per qualsiasi forma di vita marina.

Quindi, per un’attività commerciale che ha creato profitti per pochi decenni, si è ridotta la biodiversità, si è inaridita una parte consistente del fondale marino, e si è lasciata la città più esposta alle inondazioni. In pratica, una drammatica anteprima di un approccio nefasto che nel corso del secolo sarebbe diventato globale.  Oggi però, un gruppo di coraggiosi volontari sta lentamente restituendo alla costa newyorkese la sua naturale barriera difensiva contro le insidie dell’oceano. E così facendo, viene anche recuperata la biodiversità perduta.

Il progetto

Come si legge nel sito del progetto Living Breakwaters, la mission è “connettere la resilienza fisica, sociale ed ecologica”. L’idea è dunque quella di realizzare “una collana di frangiflutti offshore che ridurrà i rischi, riattiverà l’ecologia e collegherà residenti ed educatori alla costa sud-orientale di Staten Island. La struttura fornirà l’habitat al ricco ecosistema di vita marina della baia di Raritan e sarà costruito un Water Hub terrestre con spazio per gruppi in visita, attività ricreative e programmi educativi”.

Una fila di bidoni di plastica si trova in un terreno di ghiaia vicino alla passeggiata del Domino Park di Brooklyn; ognuno contiene piccoli pezzi del futuro più a prova di clima di New York City. In pratica, vengono raccolti “gli avanzi dai piatti degli avventori di 45 ristoranti di New York. Ogni settimana, un camion li trasporta e li deposita in un sito di lavorazione di Greenpoint. Quindi, gli scarti, che fino ad oggi ammontano a 1,8 milioni di libbre, vengono puliti, essiccati al sole e deposti con larve microscopiche. Vengono poi ridistribuiti in sacchi e sistemati lungo le acque costiere. I gusci riciclati fungono da casa. Qui vi crescono i piccoli di ostriche. In questo modo viene a formarsi una nuova barriera corallina.

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